lunedì 6 aprile 2009

Un frammento, 3

Gli diedero del cinico, ed egli delibò la sensazione di apparire tale. Per alcuni questo cinismo significava un semplice, triste decremento di umanità, una tara caratteriale, una lacuna morale. Per altri, però, era un sintomo di superiorità, se non di grandezza superomistica, il frutto di uno splendido controllo di sé d’una mente privilegiata, il raggiungimento della pienezza di una dottrina filosofica. Rodolfo, va da sé, preferiva credere a questi ultimi, ma reagiva con prudente distacco ai suoi accusatori, perché questo ci si aspetta da un cinico vero, che sia indifferente alle riserve altrui.
Talvolta – non spesso, è vero – gli capitava, nella solitudine di certe sere, o in momenti inaspettati di giornate agitate, di ripensare ai gesti sconnessi che, all’indomani dell’abbandono, aveva compiuto nello sforzo di recuperare un contatto con colei che lo stava tenendo lontano. Non se ne capacitava più: l’aveva inseguita, aspettata, preceduta, le aveva inflitto lettere o cupamente minacciose o untuosamente appassionate, s’era informato, soffrendo ogni volta di più, sulle mosse di lei, sugli incontri, le aveva chiesto appuntamenti da cui era poi fuggito dopo pochi minuti per l’incapacità di reggere il peso d’una distanza sempre più aperta.

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