domenica 5 aprile 2009

Un frammento, 2

Il lavoro di lima colpì molti, che presero a parlarne e a scriverne. Rodolfo si abbandonò con gratitudine alle domande dei lettori, proprio perché vertevano sulla forma, sul puro sofisticato estenuato gioco formale, e giorno dopo giorno dimenticò davvero il pretesto iniziale, e prese a rivivere le pagine come frutto di un gioco letterario. Lo aiutavano in questo le esternazioni dei lettori, che ammiravano, e talvolta gli rinfacciavano, il piglio analitico, il compassato controllo del risentimento e del dolore, il rimuginio freddamente ironico sull’ansia dell’abbandono. Come fai, gli chiedevano. Come fai a rendere con una precisione così gelida ciò che non hai evidentemente mai provato? Rodolfo sorrideva, e aggiungeva che uno scrittore sa immaginare con piena verosimiglianza ciò che non ha vissuto, e se sa entrare, poniamo, nella mente di un vecchio esacerbato dai fallimenti, o di un adolescente gonfio di speranze confuse, o di una donna appassionata, o di un assassino che ama con tutto se stesso ciò che fa – se sa entrare in queste menti, saprà senza grossi sforzi misurarsi con una situazione tutto sommato agevole come una delusione d’amore. Anzi, per me, insisteva Rodolfo, con una sorta di voluttà di distacco, sentendosi parlare, e meravigliandosi di quanto gli fosse facile esprimersi a quel modo, per me un abbandono d’amore è quasi una vacanza, tant’è facile, una vacanza – e qui fingeva un filo di imbarazzo, a scusarsi di avere scritto di temi sui quali tutti avrebbero potuto dire altrettanto, e meglio, e di più. Ma no, che sarà mai? rispondeva agli applausi, schermendosi, è solo amore, solo amore!

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