martedì 14 aprile 2009

Wunderkammer: Ceroplastica a Bologna, 3

Per effetto dell’insegnamento di Luigi Calori e soprattutto di Cesare Taruffi, grande catalogatore di malformazioni e raccoglitore di preparati teratologici, il Museo Cattaneo conserva un numero considerevole di cere anatomiche relative alle grandi deformità. Ci accostiamo ad esse entrando in un’ultima sala, dopo che il nostro sguardo si è già posato su acromegalici, ermafroditi, pigopagi, vittime di lebbre, vaioli, scabbie, e crediamo di aver visto abbastanza, di aver misurato, grazie alla vividezza della cera, i diversi gradi della sofferenza umana. In realtà, abbiamo visto poco o niente, per ora: i capricci di natura più improbabili devono ancora rivelarsi, ben ordinati nelle teche. Ormai i ceroplasti sembrano avere abbandonato ogni tentativo di conciliazione tra la cruda riproduzione anatomica e l’equilibrio dell’arte, tra il brutto e il bello: le manifestazioni teratologiche sono così estreme da non consentire altro che la riproduzione, senza velleità compositive.
Quei feti a cinque, sei arti, quei doppi crani cresciuti l’uno dentro l’altro, che paiono azzannarsi, i ciclopi neonati, i cuccioli di sirena, i crani in cui gli organi stanno scompigliati in guazzabugli incomprensibili, non si atteggiano come fauni, come putti – soltanto a volte, accucciati, sembrano voler emulare certe sculturette precolombiane, ma è tutto. Le mostruosità più insostenibili, riflettiamo, non possono aver consentito che una sopravvivenza di pochi minuti; negli scampati, ci auguriamo uno stato almeno di incoscienza, un’inconsapevolezza che possa aver reso sopportabile l’esistenza. C’è un silenzio pieno di rispetto, e di timore ancor più che di rispetto, nella sala: nessuno fiata, quasi nessuno scatta fotografie.

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