sabato 26 settembre 2009

A proposito di autobiografismo



In un’intervista recente ho definito l’autobiografismo come una specie di malattia infantile della letteratura – immagine forte, sicuramente già detta da altri, e come tutte le sentenze tranchantes facilmente dubitabile. Mi riferivo al narcisismo indulgente di certa letteratura generazionale, popolata di tardo adolescenti in crisi con il mondo, venticinquenni fuori corso, trentenni in rotta con partner e lavoro, quarantenni incupiti dal tran tran, cinquantenni neri di lampade, sessantenni dai capelli tinti e dalla voce troppo alta... È letteratura che cerca scuse, trova alibi, culla con accondiscendenza, addossa eventuali responsabilità ad altri (le donne, il capufficio, la mamma, il papà, ancora le donne, ancora la mamma, la società, la scuola, di nuovo e sempre le donne, o gli uomini a seconda dell’inclinazione), racconta mondi chiusi, rivela una curiosa miopia di sguardo, abita stanze piene di specchi (questa è una metafora). Se chi scrive ne esce, scopre un mondo vasto e irto, là fuori, pieno di diversità, attraversato da milioni di storie assai più interessanti.
Va bene. Però, a leggere Lalla Romano (“Una giovinezza inventata”, “L’ospite”, ma anche la bella “Vita di Lalla Romano raccontata da lei medesima”, compilata da Ernesto Ferrero per Manni nel 2006), scopro sempre più che c’è una maniera nobile, asciutta, decorosa e pudica di fare dell’autobiografismo il motore centrale delle proprie opere. Nei romanzi della Romano non c’è indulgenza, e nemmeno compiacimento da vittime sacrificali: c’è uno sguardo attento, severo, preciso. Non c’è la pigrizia di chi parla di sé perché non ha voglia di guardarsi attorno, e nemmeno la presunzione che valga la pena di parlare solo di sé, perché tutto il resto non conta. C’è uno studio scientifico e filosofico su di sé (su una vita per certi versi eccezionale, intellettualmente ricchissima, d’accordo, e per ciò più interessante di mille altre; ma fatta anche di momenti consueti, di pensieri quotidiani, di assilli comprensibili, di ostinazioni in cui riconoscersi) e sugli altri, sugli ambienti e sulle circostanze. A fare la differenza, oltre alla lingua precisissima anche nelle espansioni liriche, asciutta, giocata su accostamenti sorprendenti, su ellissi e non-detti magistrali – oltre a ciò, c’è un senso del vero, della verità anzi, intesa come ricerca dell’approdo a un senso possibile, che consente di volare ben al di sopra del puro accumulo di dati cronachistici.

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