domenica 6 dicembre 2009

Da "Letteratitudine": letteratura e scuola

Trascrivo un paio di contributi che ho postato (pardon) su "Letteratitudine", http://letteratitudine.blog.kataweb.it/2009/09/28/letteratitudine-chiama-scuola/, invitato da Massimo Maugeri ad esprimermi sul mondo della scuola.


Insegnare in Valle d’Aosta permette di lavorare senza dubbio in tranquillità, lontano da certe emergenze drammatiche con cui si scontrano quotidianamente molti colleghi delle scuole di quartieri a rischio, di licei della cintura urbana. Però si lavora in una sorta di bolla di vetro. Ciò che succede nel resto del paese (nelle scuole del resto del paese) giunge con un ritardo fisiologico, e resta ovattato. Credo poi che manchi da noi lo stimolo di una sana concorrenza da grande città (un solo liceo scientifico, come ho detto, e un solo classico, ecc.).
Per il resto, i problemi sono gli stessi. Progressivo svuotamento di senso del ruolo del docente – agli occhi della società, e ai propri. Aumento preoccupante della parte burocratica, che per ora l’informatica non ha semplificato, ma ha solo moltiplicato. Confronto quotidiano con un impoverimento del linguaggio, con una percezione sempre più offuscata delle relazioni tra le cose, una visione sempre più orizzontale, cumulatoria, della realtà, con figure di riferimento sempre più estranee. Finisco per lavorare su questo. Sull’esercizio alla pazienza, per esempio, contrapposta al tutto-e-subito che sembra invece dominante oggi in quella facile scaletta di valori che molti giovanissimi e varie famiglie si portano dietro. Sull’esercizio alla complessità (e la complessità come ricchezza, come valore, non come ostacolo in nome di un presunto primato della semplificazione, o del semplicismo). Sull’importanza della chiarezza, della correttezza anche formale, contro l’approssimazione, il buona-la-prima.
È curioso, ma quando scrivo mi muovo nella stessa direzione. Non vedo la scrittura come una terapia per curarmi dai guasti della scuola, ma come un completamento di quanto a scuola faccio come insegnante, anche se ovviamente pubblicare un romanzo non è fare lezione.

E il giorno dopo:

Chi insegna e insieme scrive sente uno sdoppiamento di ruoli che mi pare salutare: a scuola si mette nei panni del maestro; quando scrive torna in quelli dell’allievo (del discepolo? Posso usare questo termine desueto? Anche maestro, in effetti, lo è). Intendo dire che l’apprendistato dello scrittore (di quello consapevole, se non altro) non ha mai fine. I maestri sono lì, nei libri che continuiamo a leggere, su cui continuiamo a formarci una voce. Li abbiamo scelti noi, nel corso di anni, oppure siamo incappati nelle loro pagine per caso: ad ogni modo, ci hanno cambiato – continuano a cambiarci, anche se li immaginiamo sempre un po’ insoddisfatti di noi. È una salutare lezione, che smentisce l’opinione corrente – diffusa presso certi colleghi, ahimè, che non scriverebbero mai, se non verbali – l’opinione, dicevo, che chi scrive, e ha la ventura di essere pubblicato, metta su una boria da nouveau riche. In realtà scrivere, e rivestire il ruolo dell’allievo perenne, aiuta a riscoprire un po’ di umiltà, e tutto sommato a sentirsi solidali con gli allievi veri. I loro errori, per chi scrivendo è addestrato a scoprire i propri refusi (non finirò mai di sorprendermi di tutte le sciocchezze, le incongruenze che sopravvivono a riletture anche accanite), sembreranno non meno gravi, ma meno colpevoli.

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