sabato 19 dicembre 2009

Da "Letteratitudine": letteratura e scuola, 2

Così ho risposto a Maria Rita Pennisi, su http://letteratitudine.blog.kataweb.it/2009/09/28/letteratitudine-chiama-scuola/.

Emergo solo ora dalla revisione delle bozze, e mi scuso del ritardo con cui ti rispondo. Ha ragione, ci dimentichiamo (è un noi retorico, in realtà: io cerco di non dimenticarmi mai, come anche tu) della sensibilità dei nostri allievi; e invece dobbiamo vederli come persone, e persone complesse. A volte, con diversi allievi, ho l’impressione di essere il primo a farlo (ti parlo del primo anno di liceo, in particolare). In effetti la televisione si rivolge a loro come a dei promettenti consumatori, e null’altro, e i loro genitori continuano a trattarli come bambini. Arrivano in prima liceo, e di colpo (no, non di colpo: sono cose graduali, il loro adattamento richiede attenzione) ecco che ci si rivolge a loro come a dei grandi, dei futuri grandi cioè, dei professionisti dello studio.

E più avanti, nello stesso blog:

Ma non è solo questo: penso che il confronto con le profondità della letteratura (della grande letteratura, a patto che sia adatta alla loro età) possa affinare la capacità degli studenti di osservare la complessità del mondo (ma questo l’ho già detto) e possa soprattutto dare loro le parole giuste per raccontare ciò che hanno dentro e che non saprebbero esprimere. Funziona con noi tutti (la forza universale dei classici sta soprattutto in questo esprimere quello che siamo speriamo e temiamo in un modo che a noi non è concesso, ma che dopo la lettura diventa il nostro). Il rispetto degli studenti come persone, per me, passa anche attraverso queste immersioni in una ricchezza inesauribile di contenuti e di stili, di visioni del mondo; dopo anni di insegnamento, scopro cose nuove nei libri che affronto con i miei alunni: loro lo sentono, si accorgono di questo condividere con loro la sorpresa di sentir parlare i libri.

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