mercoledì 30 dicembre 2009

Su Storia e romanzo, ancora (le scelte di "Rapsodia su un solo tema")

Prima di optare per un’ambientazione russa, ho tentennato parecchio. Mi sono chiesto se non fosse più opportuno collocare le vicende di Dvoinikov (o meglio, di un suo equivalente) in un contesto più familiare, come l’Italia del fascismo; ma la compromissione dei musicisti italiani con il fascismo non è stata così carica di valenze drammatiche, nel senso che il fascismo non si è mai preoccupato di dare chiare e drastiche linee estetiche in campo musicale. I compositori più attempati (Mascagni), per loro natura conservatori in musica, hanno aderito senza problemi al partito; anche alcuni di quelli più giovani, della cosiddetta generazione dell’ottanta (Casella in particolare), hanno suonato il tamburo, per così dire, al regime imperante. Chi si è opposto o si è tenuto lontano (Malipiero, Ghedini) non si differenziava davvero nel linguaggio dai più avanzati sostenitori del fascismo. E non dimentichiamo che Mussolini amava darsi arie da sostenitore delle nuove tendenze, e se Stravinsky passava per Roma, ecco che veniva invitato a Palazzo Venezia.
Se una collocazione italiana avrebbe difettato di dramma, una collocazione nella Germania hitleriana o in qualunque paese occupato dalle truppe naziste avrebbe posto problemi di ordine opposto. L’accusa di arte degenerata mossa ai movimenti artistici più avanzati costringeva al silenzio, o all’isolamento più totale, alla fuga (qui i nomi sarebbero davvero troppi) o portava alla morte nei campi di sterminio (Schulhoff, Haas, Pavel…). In quel deserto di idee, sopravvivevano casi singolari, monstra (Pfintzer, il vecchio Strauss, il giovane Orff, Egk), o figure complesse e ambigue come certi direttori d’orchestra che però mi sono sembrati già troppo praticati (Furtwängler, il giovane Karajan).
La storia della musica sovietica mi offriva invece numerosi esempi straordinari di compositori che con tormento hanno vissuto sulla propria pelle il conflitto tra le proprie esigenze espressive e le direttive dall’alto (Shostakovic, certo, a cui Dvoinikov assomiglia, e a cui viene spesso accostato, ma anche Prokofiev, e decine e decine di altri nomi). Nelle loro vite e nelle loro musiche sentivo il dramma di personalità potenti costrette all’umiliazione dell’ossequio ma non del tutto rinunciatarie – ma anche la farsa, o la tragedia, a seconda dei momenti.

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