domenica 27 dicembre 2009

Letture: "Appuntamento", di Marco Codebò


“Appuntamento”, il nuovo romanzo di Marco Codebò (Manni, 2009) inizia sornione, come la rivisitazione dei luoghi comuni della narrativa giallistica di provincia. Sembrerebbe quasi di trovarsi nelle pagine di un poliziesco della Frilli, ambientato in una Genova percorsa con una nostalgia golosa di dettagli, di topografie – sembrerebbe, se non fosse per la superiore qualità di scrittura di Codebò e per l’insinuarsi di elementi disturbanti, per l’affastellarsi di segnali che i giallisti di provincia non praticano se non di rado. Ma proprio quando il lettore si è affezionato a quel che di convenzionale che i personaggi si portano addosso, e si dice che sì, in fondo siamo tutti fatti di convenzioni, mastichiamo luoghi comuni (qualcuno di noi lo fa sapendo che lo sono, e spera così di salvarsi, ma lo fa comunque, perché, come dire, è la vita), e condiamo le nostre giornate con gli ingredienti che sono gli stessi per tutti, e quel lettore si è abbandonato al piacere del gioco – proprio a quel punto Codebò butta all’aria tutto, prende le distanze (con una severità inaspettata) con quanto abbiamo appena letto, e ricomincia da un’altra parte, con altri personaggi, e tiene in sospeso il lettore finché non lascia che tra la parte A e la parte B si allaccino fili via via più intricati. In questa seconda parte, non meno coinvolgente della prima, l’approccio si fa più intellettuale, più apertamente narratologico. Se in A (ormai chiamo così per comodità la prima parte) è la vita ad invadere le pagine, a intasarle di luoghi, cibi, bevande, marche, vie, quartieri, in B sono i libri, o meglio la dimensione narrativa e l’analisi delle strutture e delle forme (delle strutture e delle forme di A in particolare), a prevalere (fino ad un certo punto, a dire il vero: c’è ancora vita, ci sono ancora vie, quartieri, e cibo, cibo italiano o all’italiana), a fornire un possibile senso:e a questo punto anche quelle che ci erano sembrate, in A, rassicuranti convenzioni di genere, ci appaiono nuove, sotto una luce diversa.
Qui, in B, in queste pagine arrovellate, si trova la chiave per comprendere l’operazione di Marco Codebò: “Non crediate… che un romanzo che si spegne lasciandovi nel dubbio vi tradisca, al contrario è un amico che in fraterna povertà vi offre il dono del suo poco sapere, che invece di spiegare il mondo si fa con voi pellegrino verso un’irraggiungibile Santiago”. E poco più avanti, a proposito del “poliziesco incompiuto”: “quando i casi della vita impediscono al romanzo, e al giallo in particolare, di compiersi, lo trasformano in un mirabile strumento di conoscenza, nel racconto che chiede al lettore di dargliela lui una conclusione”. In questa dichiarazione di intenti, che commuove tanto è in sintonia con quanto pensa ogni lettore avveduto, e non solo del giallo, e che faccio mia senza riserve, non senti solo il piglio dello studioso e dell’insegnante di letteratura italiana (alla Long Island University), ma anche lo scrittore che non smette di riflettere sul proprio ruolo e sul rapporto con chi legge e sulla funzione della letteratura e della scrittura.
Marco Codebò ha un modo personalissimo di giocare con i propri ricordi, le nostalgie, il proprio passato e insomma con quel bagaglio di autobiografia che ogni scrittore dovrebbe saper coltivare con accortezza ogni volta che prende la penna. Lo usa con evidente piacere, ma se ne distacca attraverso un puntiglio critico che pochi potrebbero concedersi, lo filtra attraverso altre voci, lo sbircia attraverso altri sguardi, lo mette alla prova attraverso un serrato confronto con il presente. Lo stesso atteggiamento avevo notato nel precedente romanzo pubblicato da Manni, “Via dei serragli”, del 2003, intriso di anni settanta e contemporaneità, Italia e America, rimpianto e distacco. Nella dedica che compare in esergo a “Appuntamento”, ha un nome, l’unico possibile in effetti: “arte della memoria”.

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