sabato 19 dicembre 2009

Da "Letteratitudine": letteratura e scuola, 3: William Golding


Ho scritto in quell'oasi civilissima di confronto che è http://letteratitudine.blog.kataweb.it/2009/09/28/letteratitudine-chiama-scuola/:

C’è un romanzo che sembra funzionare, in prima liceo: è buona letteratura, e allo stesso tempo racconta un’avventura eccitante; e sembra solo avventura, invece smentisce le attese, e diventa per i ragazzi l’occasione per una riflessione profonda su loro stessi, sul mondo degli adulti, sui ruoli, sui pregiudizi, sulle paure. È “Il signore delle mosche”, di William Golding. Non ha la frettolosità della letteratura di consumo, non prende le scorciatoie comode della narrativa di evasione; suggerisce, invece di proclamare; richiede pazienza, certo, ma sa restituire (credo, spero) emozioni anche ai lettori più restii. Parla di ragazzini, il che consente un certo grado di coinvolgimento; evoca uno dei sogni più forti dell’adolescenza (l’essere soli, senza adulti tra i piedi) e lo ribalta in una delle paure più forti (l’essere abbandonati dagli adulti, l’essere totalmente responsabili e privi di alibi in un mondo ostile).
Ne leggiamo pagine da anni, in prima, e funziona. Ne tentiamo un’analisi (tempi, luoghi, ruoli, punto di vista, quelle cose lì) e il romanzo sopravvive alla dissezione, l’approccio analitico non ammazza il piacere di leggere. La traduzione del vecchio Oscar ha oltretutto un vago sapore di antico che non stona.
Certo, se i ragazzi arrivassero in prima con quel bagaglio di letture personali che noi da ragazzini affrontavamo per conto nostro, ci sentirebbero l’eco di secoli di narrativa d’avventura; ci sentirebbero Verne, Defoe (ridotto per lettori in erba), Omero, Stevenson, Swift, che ne so, ma anche Molnàr, perfino Collodi e De Amicis, to’, anche se quest’ultimo tirato dentro per i capelli. Invece, a differenza dei giovanissimi personaggi del romanzo, che hanno fatto queste letture (o altre simili) e sanno ritrovare riferimenti letterari alla loro situazione, i ragazzi di oggi al massimo sanno citare qualche film visto per lo più in dvd, o, quando va male, qualche trasmissione televisiva. I rimandi, gli echi li costruiamo in classe, li mappiamo alla lavagna – è già qualcosa, hai visto mai che da quelle mappe nascano nuovi desideri di lettura –, ma è un peccato che a tracciare quelle frecce con il gesso sia sempre e solo io. (Per dire: noi insegnanti di lettere del biennio stiamo mettendo in piedi una piccola libreria scolastica con testi per ragazzini, visto che riteniamo che non ci si possa accostare con profitto alla grande letteratura senza quel passaggio intermedio ; gradus ad Parnassum, insomma; è triste, ma sembra davvero l’unica via possibile).
“Il signore delle mosche” non è “Il fu Mattia Pascal” o “La coscienza di Zeno”: è una sorta di via di mezzo tra le frenesie della narrativa d’avventura e i lenti tormenti di una narrativa “alta” troppo povera di azione per adolescenti agitati come personaggi da cartone animato, troppo austera (solo per ora, almeno, per la loro età, spero).

E più avanti:

Torno su “Il signore delle mosche” di Golding: una sua virtù, lo so per esperienza, (una delle tante, oltre al nitore dello stile), sta nel gioco con le attese dei lettori. I ragazzi che leggono sono abituati a romanzi (anche imponenti) che danno loro esattamente quello che loro si aspettano: avventure, sentimenti primari, eroi, o comunque figure in cui identificarsi comodamente. Golding invece frustra queste attese, smentisce le premesse: non è avventura, ragazzi, e non è così divertente come credevate. Non è una delle fantasticherie ad occhi aperti che vi piacciono – non è nemmeno uno degli incubi ad occhi aperti con cui amate farvi venire i brividi: è riflessione, amara, aspra, su ciò che non riusciamo ad essere.
I personaggi non hanno nulla degli eroi: sono goffi, inadeguati, spaventati, soli. Tutto questo potrebbe far pensare che “Il signore delle mosche” non sia esattamente il romanzo più adatto per degli adolescenti: eppure, pur nel pessimismo di fondo, è chiaro che il discorso morale è delineato con grande precisione (ed è questo che mi interessa, oggi). La distinzione tra bene e male è netta: questo è bene, anche se è molto più difficile (anzi, è bene proprio perché è così difficile); quello è male, ed è anche terribilmente facile. Le dittature e le autocrazie hanno dalla loro il vantaggio della facilità (è così comodo essere sudditi! Così difficile fare i cittadini!). Insomma, Golding delinea questi rischi, e incarna nella figura di Jack il paradigma del “grande dittatore” del ventesimo secolo, e fa di Ralph il rappresentante di un sistema democratico che non sa come proteggersi dai pericoli dell’autoritarismo.
A me, tutto questo discorso sembra vitale, nella scuola di oggi.

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