martedì 1 dicembre 2009

Da "Letteratitudine": letteratura e sud

Riprendo qui un paio di interventi che ho lasciato su http://letteratitudine.blog.kataweb.it/2009/11/24/il-sud-nella-nuova-narrativa-italiana/, quell'oasi di idee che Massimo Maugeri cura con entusiasmo contagioso.

(Caro Massimo, io, che vivo ad Aosta, mi sento di intervenire in questa discussione solo tra parentesi, e dopo aver tentennato per giorni. Un giorno ti racconterò com’è lavorare – e scrivere, anche – quassù, in una piccola regione dalle tendenze culturali autoreferenziali. Posso solo dire che la tradizione letteraria del meridione va guardata con profondo rispetto, quei giganti sulle cui spalle si sente posato Alajmo sono modelli ancora attualissimi, vivi. Per dire, lo sguardo di Verga sul mondo e sugli uomini ha educato il mio, il suo stare addosso ai personaggi per osservarne i gesti, le smorfie, per odorarne il fiato, mi hanno insegnato moltissimo. È possibile che la scuola abbia provocato traumi con letture forzate di Verga e Pirandello, perfino di Sciascia, ma questo non toglie nulla alla forza delle loro pagine, all’approccio problematico e incontentabile alla realtà, alla nitida complessità della loro lingua. La Porta a Fahrenheit concludeva, se non sbaglio, parlando del sud come metafora di una condizione di diversità, o di estraneità, e auspicava un “sentirsi sud” indipendentemente dalle proprie radici. Ecco, mi ci sono riconosciuto in pieno. E ora chiudo la parentesi, non prima di aver salutato tutti).

Aggiungevo, un paio di giorni dopo, stimolato dall'interesse di Massimo Maugeri
In apparenza, la Valle d’Aosta è una terra di confine, che ama guardare a ciò che accade oltralpe e operare una sintesi culturale tra Italia e Europa. Purtroppo questo è vero in minima parte. Da qualche decennio ho l’impressione che prevalga una tendenza opposta, all’arroccamento su una posizione – come dicevo – autoreferenziale. Si esalta una originalità locale, si costruiscono miti culturali che poi si alimentano ostinatamente. Si guarda a un passato idealizzato, con nostalgia si ripropone l’esaltazione di valori pastorali, e si finisce per delineare un mondo bucolico, irrealistico, una piccola Vandea in posa in un dagherrotipo. Sento, nella posizione ufficiale, crescere la diffidenza per tutto ciò che non corrisponde a questo disegno revisionistico. Per fare un esempio, uno dei miti più ossessivi è da tempo – non ridere, ti prego – la mucca. La mucca è ovunque, una presenza totemica, da civiltà minoica. La città è attraversata periodicamente dalle mandrie che tornano dagli alpeggi – e non perché debbano davvero passare per il centro, ma perché si vuole attraverso questo evento marchiare un territorio sostanzialmente estraneo ai valori pastorali come la città o il fondo valle. L’arte e il teatro di ricerca ricevono foraggio economico dall’amministrazione a patto che, in un modo o nell’altro, compaiano mucche, o almeno qualche altro emblema di specificità locale. Un discorso analogo andrebbe fatto sulla difesa ad oltranza del dialetto – sull’accanimento terapeutico con cui lo si preserva dal declino – o sul francese come lingua pari all’italiano.
Nella discussione sulla letteratura del sud Italia molti interventi vertevano sul rapporto sulla tradizione, cioè sui grandi, talvolta ingombranti modelli letterari, con cui avere un continuo dialogo, una costante resa dei conti. Ecco, quassù modelli così, con cui confrontarsi, su cui formarsi magari per buttarli all’aria, non ci sono. La cultura valdostana del passato è costituita per lo più da figure di eruditi di provincia, curati spulciatori di archivi parrocchiali, cronisti, verseggiatori, compilatori: e ancora oggi una discreta produzione locale è in mano a compilatori di compilatori, a cronisti di cronache altrui, a eruditi di secondo o terzo grado. Nessun modello insomma con cui avere un vero dialogo: per fortuna altre terre di confine, come il Piemonte, ci regalano figure irrequiete sulle cui pagine formarsi una voce. Pavese, certo, e Fenoglio, e la Romano, ma prima ancora altri, Alfieri perfino, addirittura Faldella.
Uno si guarda attorno, insomma, e tesse per conto suo relazioni con autori geograficamente lontani, scopre affinità in pianura, o sull’Appennino, o in mezzo al Mediterraneo. Che so, Landolfi è un maestro di isolamento, ma anche, come dire, di dissipazione di sé sulla pagina, nel senso che aveva individuato Manganelli. Un altro splendido isolato è Mari. Isolamento e inquietudine, insoddisfazione e sguardo lungo – ecco quello che ho trovato via da qui. Ma non voglio attaccare con l’elenco dei maestri inconsapevoli, o non finisco più.
C’è anche chi preferisce non allungare troppo lo sguardo, si lascia coccolare dentro confini troppo stretti ma comunque rassicuranti, e dà il suo contributo alla costruzione di questa Arcadia un po’ operettistica. Sarà portato in palmo di mano, ma, a non misurarsi con il mondo al di fuori, non saprà mai davvero quanto vale.

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