venerdì 13 agosto 2010

Le fonti di "Rapsodia su un solo tema", 12: L'enciclopedia "La rivoluzione russa"

I tre volumi della “Storia della rivoluzione russa”, curati da Enzo Biagi e pubblicati dall’Istituto Geografico de Agostini di Novara nel 1966, costituiscono senz’altro una delle fonti più remote e anche più forti di “Rapsodia su un solo tema”. Trovavo quei volumi pesanti nella biblioteca di mio padre, e li sfogliavo a fatica. A interessarmi (a interessare me bambino) non erano tanto i testi scritti, a cui mi sarei accostato anni dopo, per ricerche scolastiche o per curiosità mia, ma le foto, le numerose foto dalla grana grossa, gli ingrandimenti che occupavano tutta una pagina, i ritocchi grossolani su foto sbiadite che si sommavano ai tipici ritocchi di regime – questo sì mi affascinava.
Scene di massa, confuse, agitazioni urbane, movimenti di folle tra viali e piazze. Per contro, dopo qualche pagina, immobilità di contadini in posa, ieratici, preistorici. Foto di carestie, di fame; per contro foto di corte, nel primo volume, abiti da operetta, mezzi sorrisi, una irreale inconsapevolezza della prossima fine di quel mondo. Il ritratto di Rasputin, gli occhi inaccessibili (ecco, su Rapsutin sì ho letto da subito le testimonianze scritte, rabbrividendo come di fronte a un personaggio da romanzo gotico). Il Palazzo d’inverno. La famiglia reale prigioniera. Lenin. Rivoluzionari e controrivoluzionari. Sfilze di nomi, di facce, di baffi e cappelli e occhiali. Lenin che arringa la folla. Lenin in famiglia. Lenin che scrive. Il cappotto di Lenin. Il cappello di Lenin. La salma di Lenin. Stalin. I baffi sempre più folti sul perenne mezzo sorriso paterno. Stalin sorridente tra uomini e donne sorridenti. Facce su facce di alti papaveri, pronti a cadere in disgrazia da una pagina all’altra, come in un tirassegno. Occhiali rotondi, baffi, ciuffi, colletti, colbacchi, cappotti. Ritocchi sempre più pesanti sulle foto trasformate in disegni.
Le guerre, tragiche, devastanti. Cavalli morenti, carri armati, elmi tedeschi, fucili, aerei. Le rovine delle città assediate. Divise, alti ufficiali sopra carte geografiche. Stalin. Ancora Stalin. Yalta.
Nel terzo volume, le sagome di Krusciov (secondo la traslitterazione dell’enciclopedia) e poi Breznev, Gromiko. Questi ultimi mi erano già familiari, da bambino. Su “La Stampa” comparivano spesso le virtuosistiche caricature di David Levine, che io copiavo diligentemente (e le sopracciglia e la pappagorgia di Breznev, modestamente, erano il mio forte, assieme al naso di Nixon e alle guanciotte di Mao). Eccoli a riunioni, inaugurazioni, assemblee dell’ONU. Ecco le mogli. Ecco gli amici. Ecco i nuovi caduti in disgrazia.
Bisogna raccontare qualcosa di quella storia intricata epica e spesso spaventosa, mi dicevo.

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