lunedì 30 agosto 2010

"Rapsodia su un solo tema": la recensione su "Pulp" (completa)

Ora che sta per uscire il nuovo numero di "Pulp", posso trascrivere la recensione integrale che nel numero di luglio-agosto Umberto Rossi ha dedicato al mio "Rapsodia su un solo tema".

Non fatevi ingannare dal titolo. Rapsodia su un solo tema non è una serie di interviste a un compositore russo del ‘900. Rafail Dvoinikov esiste solo in questa storia. Forse. Morandini si è inventato sia lui che il suo intervistatore Ethan Prescott. In realtà questo è un romanzo, un gran bel romanzo, ambientato alla metà degli anni ’90 del secolo scorso: l’altro ieri, quando il Muro di Berlino era appena caduto. Grazie a questo evento storico Prescott, giovane e stimato compositore di musica colta, musicologo, docente, può andare nell’ex-Unione Sovietica e incontrare un vecchio e semidimenticato musicista russo che ammira immensamente, per l’appunto Dvoinikov. Sono due personaggi diversissimi: Ethan è omosessuale, Rafail un vecchio donnaiolo; il primo è un trentenne nato ben dopo la seconda guerra mondiale, il secondo è sopravvissuto alla prima, alla rivoluzione russa, allo stalinismo con annesse purghe, alla destalinizzazione, al disgelo, agli anni cupi di Breznev, insomma a tutte le tragedie di un paese che da questo punto di vista è sempre stato ben fornito.
Eppure li unisce almeno una cosa: un immenso amore per la musica contemporanea, quella che, purtroppo, non ascolta quasi nessuno. E ribadisco: purtroppo. Morandini invece quella musica la conosce bene, e si sente da come ne parla e da come fa rivivere l’ambiente dei grani musicisti russi del ‘900, mescolando i veri artisti (Stravinskij, Prokofiev, Rachmaninov, Skrijabin) con quelli evocati dalla sua immaginazione – che, va detto, è quella di un romanziere storico di razza. Che oltre tutto ha dalla sua una lingua curata, che mai cede alla tentazione di strafare.
Il risultato è un romanzo che ho finito in una giornata; non capita spesso. Un romanzo che costruisce sapientemente tensione e curiosità e sentore di segreti non rivelati. Man mano che Ethan intervista il vecchio Rafail, cominciamo a capire che l’intervistato non dice tutto: sembra avere il cuore in mano, ma in realtà è reticente. D’altro canto, il vecchio compositore pare sapere cose di Ethan che l’americano neanche sospetta. E a questi due personaggi se ne devono aggiungere altri due, a complicare la faccenda; Polina, la giovane che tiene compagnia al vecchio e malandato Dvoinikov (ma perché?), e Carl, pianista jazz – compagno di Ethan – che resta regolarmente a casa ad aspettare il ritorno del suo giovane amante, la cui vita gli è indissolubilmente intrecciata (ma come?). E poi l’infernale Galavamov, dissennato incrocio di musicista fallito e burocrate di partito, che ha rovinato la vita di Rafail negli anni dello stalinismo, costringendolo a riscrivere le sue opere, storpiandole, banalizzandole (eppure la sua vittima è a tratti stranamente rispettosa…).
È la storia della musica del Novecento, ma dopo un po’ ci si rende conto che è la storia della musica di tutti i tempi. Con i musicisti che lottano per campare, scrivendo la musica che fa piacere ai potenti di turno, e poi nei ritagli di tempo quella che piace veramente a loro ma che pochi capiscono. Era così ai tempi di Mozart (morto più di fame che delle macchinazioni del tutto immaginarie di Salieri, che, date retta a chi ne sa qualcosa, in realtà era un galantuomo), era così ai tempi di Shostakovich (alla cui vicenda vera si è ispirato Morandini, ma senza appiattirsi sul modello); ed è così oggi, sembra suggerire lo scrittore, che c fanno passare Bocelli per un grande tenore lirico (cosa che non è), e inzeppano i film di colonne sinfoniche pacchiane e monotone ispirate al peggiore Orff (quello dei Carmina Burana, che vi sfido ad ascoltare tutti, e non il solito O Fortuna che ficcano dappertutto, anche nelle pubblicità delle patatine).
Nel romanzo un episodio mi va di evidenziare, perché mi ha divertito alquanto: a un certo punto la casa discografica con la quale è a contratto Ethan gli propone di incidere un disco dove alla sua musica sinfonica venga accoppiata la base ritmica di un musicista (si fa per dire) techno, tal DJ Kosmo. Il tutto in nome del dio denaro, anche se probabilmente l’operazione sarà un fallimento anche dal punto di vista commerciale. L’incontro tra i due è un pezzo da antologia, e fornisce un contrappunto comico a un romanzo che non brilla proprio per allegria. Sarà forse per questo che mi piace il libro di Morandini: a me la musica techno fa assolutamente schifo, quasi quanto il rap (in particolare quello abbaiato da rapparoli italiani). Qui l’ho scritto, e non lo nego. Mi piace invece un romanzo con idee, con qualcosa da raccontare, e scritto magistralmente. E anche per questo mi piace Rapsodia su un solo tema. Che, e questo dimostra che abbiamo a che fare con qualcosa di notevole, potete leggervelo e gustarvelo anche se pesate che il massimo della musica siano techno e rap. Mi dispiace per voi, e spero che questo libro vi illumini: sicuramente non vi annoierà.

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