giovedì 26 agosto 2010

Sintonie: l'ultimo romanzo di Stéphanie Hochet



Il settimo romanzo di Stéphanie Hochet, La distribution des lumières (i manuali di pittura parlano di distribution des lumières et des ombres per definire la tecnica del chiaroscuro), si muove come un noir dai toni introspettivi attorno a un paio di omicidi – come un noir, senza esserlo davvero. A Stéphanie non interessa adeguarsi ai codici del genere, quanto piuttosto usarne certi stilemi per lavorare sulla sua personale visione del mondo. Accanto all’esplorazione del male e all’analisi del delitto come conseguenza irrimediabile di azioni e pensieri umani, aspetti che oggi si riconducono per comodità e pigrizia al noir, c’è ben altro, ci sono temi più vasti e fluttuanti.
Uno di questi è senz’altro il tema politico, che nel romanzo della Hochet diventa un atto di accusa di chiarezza sorprendente, quasi violenta, contro la degenerazione politica dell’Italia berlusconiana. Il personaggio attraverso il quale si esprime questo j’accuse è un esule volontario, Pasquale Villano, che da Aosta si trasferisce in Francia disgustato e spaventato dalla piega che ha preso l’Italia. Il suo gesto è la concretizzazione di quel desiderio di fuga che da qualche anno i molti italiani che non si riconoscono nell’ideologia dominante esprimono soltanto a parole. La visione pessimistica di questo valdostano dal nome curioso è chiarissima, e assai ben delineato il suo disgusto sincero, non solo ideologico, ma anche antropologico – l’Italia di Berlusconi è ai suoi occhi un’Italia fatta di tanti piccoli Berlusconi. Il suo esilio è interpretabile sia come una rinuncia, una sconfitta, e così è all’inizio, sia come una ribellione, un gesto in attesa di una possibile rivoluzione, per il momento solo sognata – questa ambiguità dona complessità a questo personaggio, gli dà una sorta di nobiltà quasi eroica, anche se incompresa.
L’angoscia espressa da Pasquale non è solo legata all’Italia. Si sente che la Hochet la condivide, e usa l’Italia di Berlusconi come il paradigma di una situazione più generale: attraverso Pasquale, l’autrice parla della avvertibile deriva del mondo verso il peggio. Nella fantasticheria anti-Sarkozy "Je" est bon parce qu'il est moi, pubblicato prima da Libération poi dalle Editions du Seuil, Stéphanie aveva già messo in scena questa angoscia scandalizzata dinanzi al delirio di onnipotenza di un uomo politico che si sente sopra e oltre le leggi e gli uomini. La distribution des lumières lavora ancora con forza attorno a questo tema.
L’altro tema che percorre tutto il romanzo è lo Sradicamento: non c’è solo quello di Pasquale, ma anche quello della ex moglie Elsa, che resta in Italia – un’Italia in cui si sente esiliata, in cui non si riconosce più. E c’è lo sradicamento di Aurèle, nato dal sentirsi tagliata irrimediabilmente fuori (fuori dal centro, in periferia, o meglio banlieue; fuori dal tempo e fuori dal mondo degli adulti, in quanto adolescente). Si tratta di una condizione persistente e comune a tutti i personaggi del romanzo, e che sfocia in un soffocante “sentirsi in trappola”.
Un altro tema forte, prepotente anzi, è il Desiderio. Un desiderio che è bisogno innanzitutto fisico di vicinanza, di contatto, insomma di attenzione se non di amore. È un bisogno che provano tutti i personaggi, e che tutti cercano di soddisfare in un modo o nell’altro – un bisogno feroce, soprattutto nella mente di Aurèle, e nei gesti ossessivi del fratellastro ritardato Jérôme.
Nella mente di Aurèle, questo Desiderio prende la forma di un impulso alla Sopraffazione: su Jérôme, innanzitutto, perché il fratello è materiale duttile, strumento attraverso cui realizzare i propri scopi; su Anna poi, in quanto oggetto troppo distante e distratto di una passione amorosa; su Pasquale, in quanto ostacolo al piano di seduzione su Anna. La Sopraffazione è esercitata tramite l’arte della Manipolazione, che Aurèle conosce bene e che perfeziona via via: di Jérôme Aurèle manipola le fantasie, gli impulsi, i pensieri, reinventando la realtà attorno a lui, allacciando fili invisibili tra lui e gli altri personaggi. Ma questa contraffazione, per quanto inquietante, ci suona già subito di modesta entità, quasi giustificabile, perché le prime pagine del romanzo ci hanno già urlato (con la voce di Pasquale) lo scandalo di una Manipolazione più grande, vasta e deleteria, compiuta da un uomo politico e dai suoi accoliti su un intero Paese.
Aurèle è una adolescente complessa, contorta anzi, l’erede di figure potenti e perturbanti come Embrun e Karl Vogel; vorace, scontrosa, essenzialmente amorale, abile depistatrice, dall’interiorità piena di fantasmi (nel senso di fantasme, un termine che, con fantasmer e altri derivati, ricorre spesso nelle pagine della Hochet, et pour cause). Ed è, a modo suo, una piccola intellettuale, scopriamo con una certa sorpresa: legge e cita Nabokov, ne parafrasa l’incipit di Lolita adattandolo alle circostanze (e facendo di sé Humbert Humbert, e di Anna l’oggetto del suo desiderio, e del nome di Anna l’oggetto di una violazione verbale, retorica e enigmistica).
La distribution des lumières è un romanzo polifonico, si potrebbe dire anche contrappuntistico: l’autrice stessa ricorre più volte a questa similitudine con la complessità della tramatura del contrappunto – linee diverse che si muovono insieme, o discordanti, ma comunque sempre alla ricerca di un equilibrio. Tre voci ben caratterizzate si alternano nel racconto, completandosi, spesso contraddicendosi: quella di Pasquale, quella di Aurèle, quella di Jérôme. Insieme a queste voci soliste, sentiamo risuonare per simpatia una quarta voce (Anna) e qua e là una quinta (Elsa, la ex moglie italiana di Pasquale). Solo alla fine, quando è il momento di tirare le somme, ecco la voce distaccata e oggettiva di un narratore esterno, che riporta a temperature fredde il materiale narrativo che si era fatto incandescente.

Stéphanie Hochet, La distribution des lumières, Flammarion, 2010

PS :
In disparte, riconosco di essermi molto emozionato a scoprire il mio nome in esergo, accanto a quello del grandissimo Jacques Chessex; la dedica che mi fa Stéphanie mi commuove e mi onora. Nei pensieri, nella memoria, nelle letture di Pasquale Villano c’è qualcosa di mio, che Stéphanie ha estratto dalle nostre conversazioni epistolari e ha elaborato nel dar corpo a questo personaggio di fuggitivo in cerca di un nuovo equilibrio.

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