sabato 23 ottobre 2010

A proposito di "Rapsodia"...

Marilù Oliva ha gentilmente accolto sul suo blog, alla pagina http://mariluoliva.splinder.com/post/23439985/claudio-morandini, un testo di Luca Bortolazzi sul mio “Rapsodia su un solo tema”. Naturalmente ringrazio Luca delle sue osservazioni e Marilù dell’ospitalità: ma la recensione mi fa venire voglia di tornare su alcuni aspetti che mi stanno a cuore.
Luca individua nella violenza il vero tema del romanzo, e su questo gli si può dare tranquillamente ragione (la violenza del potere contro l’espressione artistica, innanzitutto); ma, ribadisco io, la violenza non è una mia pratica, e non credo lo sia nemmeno nell’esercizio della mia scrittura. Scrive Bortolazzi: “Morandini scrive con il bisturi, incidendo la carta virtuale, come fosse carne, con profondi solchi. Ogni frase è un’incisione profonda e netta, sine ira, sul cadavere che lui stesso sta sezionando sotto i nostri occhi”. Sembra un giudizio dosato su “Le larve”, forse, e su “Nora e le ombre”, ma non su “Rapsodia”. Mi verrebbe da dire che raccontare le debolezze (dei personaggi, degli uomini) è piuttosto un atto di compassione, di amore addirittura, non un’operazione chirurgica senza anestesia (per me, veramente, è stato così anche ai tempi di “Nora”: e qualche lettore – qualche lettrice, meglio – ha ben colto questa compassione, assai più vera della patina di cinismo con cui si scherma la voce narrante). E aggiungerei che individuare la contraddittoria complessità degli uomini non è crudeltà fine a se stessa, è semplicemente realismo…
La metafora da sala operatoria usata da Bortolazzi allude forse anche a una forma di violenza subdola nei confronti del lettore. Da parte mia, ritengo che provocare un certo effetto psicologico nel lettore, o provare a farlo, non sia esercitare violenza, sia semplicemente fare lo scrittore – o, più modestamente, raccontare una storia. Un lettore divertito, commosso, esitante, irrequieto, indignato, anche spaventato, non è un lettore violentato, ma è un lettore a cui si è chiesta – sempre gentilmente, in letteratura siamo tutti gentiluomini – la complicità.
Poco più avanti, Bortolazzi precisa: “La scrittura di Morandini è totalmente asettica, depurata da ogni sentimento positivo e condiviso”. Anche qui resto perplesso. È vero che spesso ricorro a una scrittura “fredda” e che definisco talvolta le revisioni a cui sottopongo i miei testi un’opera di “raffreddamento”. Ma, al di là delle metafore, vivo questa attenzione per una lingua “controllata” non come un depauperamento della potenzialità espressiva, ma piuttosto come il suo contrario, oltre che come una forma di rispetto per chi legge. Non penso insomma che il controllo sulla forma e il ricorso alla ricchezza della lingua depurino la scrittura di ogni sentimento, le tolgano spontaneità e vita.

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