giovedì 7 ottobre 2010

Parallelismi, 2: un frammento da "Folco"

«Somigliante…» sillabo lentamente, per guadagnare alcuni secondi sufficienti a scorgere, fissata con una puntina da disegno alla parete dietro alla statua, una fotografia a colori, di quelle che negli anni settanta ci scattavamo ogni tanto, in occasione di qualche scampagnata. Nella foto, la mamma, in mezzo a un prato fiorito ormai virato in azzurro, si ripara dalle folate di vento, e cerca di reggere sul capo un cappello a falde larghe che la rende simile a una mondina, e sorride, mentre il vento le sparge sulla faccia le ciocche di capelli.
«È… la mamma?» dico piano, riferendosi al blocco di legno.
«Sicuro» sussurra orgoglioso papà. «Ci vorrà ancora un bel po’, ma è già lei, vero?»
Cerco nervosamente qualcosa di interlocutorio da dire. «È senz’altro un lavoro, boh, ambizioso» mi esce finalmente di bocca.
«Però già ci somiglia» sento insistere.
Ricordo quella gita; era uno di quei fine settimana malinconici e solitari che trascorrevamo in qualche prato poco oltre la periferia, accovacciati su un plaid di lana, e che finivano eternati in due o tre foto che risultavano poi uguali a mille altre. All’epoca già partecipavo a quelle scampagnate sbuffando e col muso lungo – erano le ultime volte che sarei andato da qualche parte con i miei. Nelle foto compaio ormai imbronciato e pallido, e spesso non guardo nemmeno l’obiettivo; la mamma invece sorrideva sempre, anche se aveva appena finito di piangere: bastava che vedesse spuntare la macchinetta fotografica, e le guizzava un sorriso largo che rimaneva immobile fin dopo la posa. Avrebbero smesso presto, i miei, di portarmi con sé in quei pomeriggi di vento domenicali – e ben presto avrebbero rinunciato ad andare in giro anche loro due e si sarebbero rintanati in casa come clandestini, a guardare la televisione parlando il meno possibile.

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