giovedì 7 ottobre 2010

Parallelismi, 1: un frammento da "Le cose"

Ritrovai, in una colonna di scatole, gli album di antiche fotografie di famiglia di cui avevo perduto il ricordo. Dividendo con prudenza le pagine incollate dall’umidità e dalla pressione, mi imbattei – e fu come una serie di scossoni, o di schiaffi, di quelli che servono a suscitare chi ha perso i sensi – nelle riproduzioni ingiallite dei momenti più scialbi della mia infanzia. Rividi i pomeriggi domenicali, nei prati, la sorellina imbronciata, la mamma con la messa in piega risalente appena al giorno prima ma già declinante, sull’erba, strisciante fino a noi, l’ombra di mio padre che scattava le foto senza mai comparirvi. Io stavo lì, in posa, in calzoncini, le ginocchia screpolate da qualche caduta dalla bicicletta, una smorfia tutta denti che nelle mie intenzioni doveva essere un sorriso.
Erano centinaia le foto di quelle domeniche, tutte uguali, tutte nella stessa posa, alla stessa distanza, in paesaggi indistinguibili, con la medesima luce, le stesse smorfie. Eppure mia madre per un tempo interminabile le sfogliò con attenzione, intenerendosi ad ognuna, ricordandosi tutte le circostanze; e mia sorella, non so se per assecondarla o per vero interesse, ne seguiva le ipotiposi, divertita e commossa. Mi vedevo crescere, album dopo album; da paffuto mostriciattolo di pochi anni eccomi diventare un bambino magro e panciuto, poi un adolescente dolicocefalo dai capelli sempre unti e le mani sempre in tasca, per sparire infine dalle inquadrature; un altro paio d’anni, ed ecco svanire anche mia sorella, e rimanere mia madre, sola, nei prati, con il vestito della festa.
Sotto quelle fotografie, ristagnavano i nostri disegni infantili, le letterine scritte per le occasioni speciali, le brutte copie dei compiti in classe, i quaderni del catechismo, i quinterni con gli esercizi di calligrafia, qualche goffa caricatura di amici o insegnanti o parenti, qualche mio tentativo di fumetto d’avventura. Guarda, guarda come disegnavi bene, cantilenava mia madre, levando alla fioca luce quei fogli incrostati di muffa, perché non disegni più?
Mia sorella taceva, perché di lei, più diligente ma meno estrosa di me, non rimanevano che poche reliquie insignificanti.

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