sabato 30 ottobre 2010

Le fonti di "Rapsodia su un solo tema", 13: Galina Ustvolskaya



C’è un’opera che sembra evocare più di altre lo stile compositivo di Rafail Dvoinikov, ed è il “Concerto per pianoforte, archi e timpani” di Galina Ustvolskaya del 1947. Ecco una compositrice di forte, fortissima, brutale personalità. Lo stesso Shostakovich, il suo maestro, ha confidato a un certo punto di essere stato influenzato da lei – e certo, la secchezza e la castigatezza dell’ultimo Shostakovich devono qualcosa allo stile sorprendentemente denudato della Ustvolskaya. Il Concerto del 1947 è una delle prime opere, ed è legato ancora in parte al modello del maestro, di cui accentua gli estremi. È musica di spoglia eloquenza, di poche parole verrebbe da dire, ma urlate, di estremi non conciliati. È musica di rinunce, anche se non quanto lo saranno le composizioni successive della Ustvolskaya : il pianoforte rifiuta ogni virtuosismo, ogni bellezza, ogni seduzione; non canta mai, non fiorisce, non decora, non cerca additivi, piuttosto scandisce, e divaga. Frustra le attese, sempre – tranne quando conclude con un crescendo di potenza prometeica, appoggiandosi sui pugni sul tavolo battuti dai timpani. Il solista non elabora temi (se si eccettua un ispido fugato), ma sembra esplorare la tastiera con il tocco di chi disinfetta lunghe ferite su arti malati. Ma bisogna ascoltarlo dal vivo, e vederlo, questo Concerto, per ammirarne l’asciuttezza.
Le differenze non sono irrilevanti. La nudità della musica di Dvoinikov sembra rimandare a una concezione tutta materica del suono; nella Ustvolskaya, invece, l'asciuttezza brutale, il drastico depauperamento dei mezzi espressivi alludono a una dimensione spirituale, ascetica, che è comune a molti compositori ex sovietici, e che altri risolvono più superficialmente adagiandosi nel passatismo e ricorrendo a gesti retorici di grana piuttosto grossa.
Ma non è solo questione di musiche. Anche la Ustvolskaya ha difeso con scontrosa riservatezza la propria vita privata, e si è lasciata per così dire dimenticare, in un esilio volontario a San Pietroburgo. E anche la Ustvolskaya deve a un ammiratore straniero il merito di una riscoperta tardiva – il suo Prescott è stato il direttore d'orchestra e compositore Reinbert De Leeuw.

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