mercoledì 18 maggio 2011

Sconfinamenti

Mi chiedo talvolta che cosa significhi essere “di frontiera”. Me lo chiedo perché vivo in Valle d’Aosta, una regione di confine in cui, almeno a parole, di questo essere di confine si mena vanto. Ora, nella difesa della marginalità che la cultura ufficiale delle mie parti porta avanti, mi pare di cogliere i sintomi di un arroccamento sulla difensiva, più che la volontà di un’apertura verso l’esterno – o gli esterni. Quanto si sta bene, quassù, intravedo tra le righe; quanto si sta bene con le finestre chiuse, lontano dalle correnti d’aria; quanto si sta bene a guardarsi non attorno, ma alle spalle, all’indietro, con nostalgia per il bel tempo andato. Quanto è rassicurante (qui penso invece a chi tra noi scrive senza sentire il bisogno di misurarsi con realtà più vaste, nazionali o sovranazionali) rimanere tra amici e parenti, tra facce conosciute, tra gente che ti porta in palmo di mano, e ti fa sentire bene, ti coccola, ti fa sentire importante. Siamo pochi, ma che importa? sembrano dirsi. Piccolo è bello (e qui si scivola verso i luoghi comuni, scusate).
Questa marginalità, rassicurante, affettuosa, protettiva, sa più del rifugio in un cantuccio del più chiuso provincialismo, e non ha nulla del confine che porta verso l’altro, verso il nuovo. È una marginalità angusta che non ama le sorprese, non ama le novità. Conservatrice per natura, detesta essere messa in discussione.
Un’altra idea di “frontiera” mi viene in mente, e condivido. Potrebbe essere riassunta nella parola “sconfinamento”, che esprime un’inquietudine, un sentirsi sempre un po’ a disagio, un desiderio di muoversi e di curiosare. Una letteratura di sconfinamento (perché soprattutto di letteratura stavo parlando, in effetti) allunga lo sguardo, e sale in alto per guardare più lontano; là dove non riesce ad arrivare con lo sguardo, lavora di immaginazione; oppure piglia e parte; tradisce sempre un certo grado di insoddisfazione, si nutre di scontentezza. Una volta di là (dal confine) vorrebbe tornare indietro, a vedere se non si sia persa qualcosa, o spinge in una terza direzione, o in una quarta. Esprime un sentimento di inappartenenza (a un solo luogo), ma allo stesso tempo si trova un po’ a disagio con la visione ottimistica del cosmopolitismo. È alla ricerca, è in continua migrazione. Dei muri non cerca gli angoli protettivi, ma cerca passaggi. Rischia, d’accordo, ma sconfinare è sempre un rischio.
(Ho trovato una conferma, anche lessicale, nella linea editoriale di una eccellente casa editrice “di confine”, la Zandonai di Rovereto, che nella sua “mission” – pardon – si dice “animata dall’idea di sconfinamento e attenta a coniugare culture e discipline differenti”. Zandonai è spinta all’esplorazione – eccola, un’altra parola che mi è cara – e all’intreccio di saperi e di spazi in “nuove mappe interpretative” che diano conto della “complessità” – di nuovo, ci siamo – del mondo e dei flussi della storia. Ma potrei trovare lo stesso atteggiamento nel catalogo splendido di un editore come il ticinese Casagrande.)

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