domenica 8 maggio 2011

"Rapsodia su un solo tema": l'intervista per "Il Paradiso degli Orchi", 2

L'intervista che mi ha fatto Giovanna Repetto per "Il Paradiso degli orchi" è così bella che ne voglio ricopiare un altro po'. La consersazione integrale si trova su http://www.paradisodegliorchi.com/cgi-bin/pagina.pl?Tipo=intervista&Chiave=167.

C’è un rapporto fra il tuo modo di sentire la musica e la tua creatività letteraria?
Rifletto spesso sul senso che ha la musica per me, o sul mio approccio alla musica. Essenzialmente la “sento” come una struttura, come un complesso sistema di relazioni e di contrasti, come un’articolazione di rimandi interni ed esterni, come una sintesi tra controllo e caso. Tendo a sentire allo stesso modo anche un’opera letteraria; o meglio, quando scrivo tendo a organizzarmi seguendo un’idea di sviluppo che potrebbe assomigliare a quella di una composizione. Se non altro, mi piace pensarlo.

Nella mia ingenua ricerca su Dvoinikov ho seguito tracce che mi hanno riportata a te. Ho trovato addirittura un commento a una sonata di Dvoinikov, tratto dalle carte inedite di Prescott. Mi sembra che per te sia diventato una specie di gioco.
Mi sono affezionato a Dvoinikov e alla sua musica immaginaria, e soprattutto a Prescott e al suo sguardo analitico e insieme ammirato sulle composizioni del vecchio russo. Così ho cominciato a disseminare qua e là sul web pagine che non erano entrate nel romanzo per motivi di equilibrio e di spazio, o che mi sono venute in seguito. Detto tra noi, mi piacerebbe farlo ancora, ho pronte altre due o tre paginette su composizioni immaginarie. È un gioco, sì, in cui alimento l’equivoco sull’esistenza di Prescott e Dvoinikov attribuendo al primo pagine che sono mie. La mia voce e quella di Prescott in fondo si assomigliano molto. E la natura frammentaria e incompiuta del romanzo si presta a questo tipo di proliferazione.

E il personaggio di Galavamov? Certamente Dvoinikov e Galavamov sono due prototipi, ma potrebbero corrispondere a persone precise su cui ti sei documentato.
Ti dirò, nell’immaginare Galavamov mi sono mosso con un’irresponsabile libertà. All’inizio avevo in mente soltanto una figura di cattivo, un persecutore cocciuto e mediocre. Le storie, è banale dirlo, hanno bisogno di cattivi. La particolare ambientazione storica mi ha spinto a far vestire a Galavamov i panni del burocrate, e ne ho fatto il capo di una di quelle commissioni che affliggono con i loro diktat gli artisti in ogni regime da sempre. Man mano che andavo avanti nell’immaginarlo, e nel dotarlo di una biografia, mi sono reso conto che ne stavo facendo una specie di “doppio” malvagio, al centro di un gioco di specchi che duplicava quella che era stata la storia dell’Unione Sovietica. La sua Commissione dei Musicisti è un doppio immaginario della vera Unione dei Compositori. Lui stesso è un duplicato (e insieme una caricatura) di figure come Zhdanov e Khrennikov – di quest’ultimo soprattutto, con la differenza che Khrennikov era un compositore non spregevole, mentre Galavamov è proprio dozzinale, se non peggio. Proprio per questi motivi, qualcuno mi ha fatto notare che Galavamov è una figura di persecutore a modo suo “gotica”.

Anche i verbali degli interrogatori hanno l’aria di documenti veri.
Li ho scritti di getto, basandomi su reminiscenze di quanto avevo letto molti anni fa. Sono state le pagine più facili di tutto il romanzo. Galavamov in fondo era già lì, pronto, rappresentava tutto quello che mi spaventa di più in una persona che ha del potere. Mettermi nei suoi panni e scoprire quanto sia facile infierire su un innocente, quanto sia facile e anche divertente accanirsi nell’esercitare un potere coercitivo anche in assenza di reali motivazioni, mi ha inquietato. D’altra parte la storia, quella vera, da sempre è prodiga di esempi di questa tenace dedizione alla crudeltà. Solo con le stesure successive ho integrato i miei interrogatori con dettagli desunti da testimonianze vere, come le lettere di Shostakovich o gli scritti del pianista Heinrich Neuhaus. Ma non ho dovuto cambiare gran che: sia perché mi interessava mantenere una colorazione grottesca, tra farsa e tragedia imminente, sia perché gli interrogatori sono davvero più o meno così, se non peggio.

Nessun commento: