domenica 1 maggio 2011

Sintonie: intervista a Marta Raviglia

Su http://letteratitudine.blog.kataweb.it/2010/06/25/letteratura-musica/ sono apparse oggi le risposte di Marta Raviglia alla mie domande. Il tema generale, naturalmente, è il rapporto tra parola e suono, tra letteratura e musica. Trascrivo qui le belle riflessioni di Marta, e ne approfitto per ringraziarla.


A te che sei musicista, cantante, che componi, voglio chiedere qual è il tuo rapporto con la parola. O meglio:
da autrice di song, che cosa cerchi nella parola? Nei tuoi progetti più sperimentali (“Vocione” con Tony Cattano, “Morfeo” con Manuel Attanasio, ma anche certi momenti più “aperti” del trio con Brunod e Balducci), spesso la tua voce parte libera, esplora le potenzialità dei suoni senza ancorarsi a un testo di cui sembra non avere più bisogno…

MARTA Sono affascinata dalle parole, dal loro suono e dai significati che veicolano, ma non ne sono schiava. Non sono mai stata una cacciatrice di parole e da esse, se ho la fortuna di imbattermici, non voglio nulla in cambio. Amo raccontare storie e ogni volta, a seconda delle circostanze, lo faccio in modo diverso: con i testi irregolari delle mie canzoni strampalate, con tutte le possibilità espressive dello strumento voce (canto, respiro, verso, rumore), con declamazioni pompose (ultimamente Omero, San Juan de la Cruz e un manuale sui fiori di Bach mi sono di grande aiuto a tal fine), oppure abbandonandomi al fluire-defluire-rifluire della coscienza, pratica che mi mette a stretto contatto col mio io più profondo e che spesso genera, con mia grande sorpresa, racconti di senso compiuto in lingua italiana e, più raramente, inglese. Dunque, non cerco la parola ma tutte le volte che la incontro, l’accolgo a braccia aperte: oltre la voce e il movimento, è per me un canale espressivo privilegiato, ma certamente non è l’unico.

Che cosa può dare la parola letteraria alla musica? A che cosa deve rinunciare la musica che si adatta alla parola? In questo senso il jazz vocale presenta delle differenze rispetto alla musica cosiddetta colta?
MARTA La parola letteraria costituisce un grande arricchimento per la musica che trae da essa nutrimento. Adattandosi alla parola, la musica rinuncia all’imprevisto che, però, può essere reintegrato nella composizione in altre forme e modalità. Nel jazz vocale e, più in generale, nella pratica improvvisativa, a differenza che nella musica colta in cui vi sono maggiori vincoli, il cantante è libero di gestire il testo e di trasformarlo, adattandolo alle esigenze del momento, fondando, dunque, quella che definirei un’estetica dell’imprevisto e dell’imprevedibile.

In musica, come in letteratura, vige una certa tendenza a etichettare, a incasellare in generi e tendenze. Tu, che come musicista sei incline non tanto all’eclettismo quanto a un’apertura curiosa e sperimentale verso molte direzioni, come vivi questo etichettare?
MARTA Le etichette vorrebbero facilitare e velocizzare la fruizione dell’opera d’arte, ma le vie dell’arte sono infinite e, soprattutto, rispondono a modalità di percezione, interiorizzazione e comprensione del tutto legate all’esperienza e al carattere del fruitore: per questo, ritengo che etichettare, qualcosa o qualcuno, non abbia utilità alcuna. In questo senso, mi trovo d’accordo con Miles Davis per il quale la musica era buona o cattiva e credo che lo stesso si possa dire della letteratura: tutto dipende dall’onestà del creatore e dalla forza del suo desiderio di espressione.

Ritorna talvolta in questo forum (almeno, ritorna nei miei interventi) l’idea che l’atto creativo, sia in letteratura sia in musica, sia fondato su un equilibrio tra “caso” e “controllo”, o almeno su un’oscillazione tra questi due poli. Ti ci riconosci?
Profondamente. Spesso l’ispirazione sopraggiunge nei momenti e nei luoghi più impensati (solitamente mentre aspetto). Ho sempre un taccuino con me sul quale annoto versi, melodie, combinazioni di accordi. Alle volte passano mesi interi prima che questo materiale trovi un suo impiego e venga raffinato, ma questa lentezza nell’elaborazione del momento creativo mi permette di approcciarlo con maggiore distacco, come se non fossi stata io a produrlo: solo in questo modo posso stabilire il suo effettivo valore.

Che cosa ami leggere? E che cosa non ti piace?
Sono una lettrice accanita e morbosa e amo confrontarmi sia con la poesia che con testi in prosa (romanzi, saggi, ecc.). Nonostante ciò, non riesco a leggere tutto. Come nella musica e nelle altre arti, infatti, anche nella letteratura ho bisogno di opere che mi scuotano dal di dentro. Sono felice quando, dopo una lettura, sento che qualcosa in me è cambiato o diviene consapevole della necessità di un cambiamento.

Che cosa pensi della letteratura che racconta la musica o si ispira alla musica?
Credo ci sia un legame profondo e indissolubile tra letteratura e musica. La parola è musica. Un poeta e un narratore sono padroni del tempo e del ritmo proprio come i musicisti. Personalmente per capire il valore di un testo, ho bisogno di leggerne interi passaggi a voce alta: questo mi rende consapevole dei rapporti tra le parole, del loro movimento interno e della loro proiezione verso l’esterno. Credo, quindi, che la letteratura raccontando la musica, o ispirandosi ad essa, rifletta sulla sua natura, sui meccanismi che la regolano e così divenga arte plastica. In quest’ottica suono, parola, gesto e colore tornano ad essere un’entità unica e inscindibile e, proprio come nel teatro greco, costituiscono il fondamento dell’arte totale.

4 commenti:

Anonimo ha detto...

Conosco Marta da diversi anni..non ci siamo mai frequentate(a parte forse in qualche rara occasione), al di fuori del contesto scolastico, ma credo ci siano sempre stati stima e rispetto reciproci alla base del nostro rapporto..se mi volto indietro penso a quanta strada abbiamo percorso, a quante scelte abbiamo dovuto affrontare con la coscienza e la consapevolezza di chi stava crescendo, inevitabilmente, e si stava catapultando nel mondo dei "grandi"..lei e' sempre stata una persona originale, la creativita' l'ha sempre contraddistinta ed ha sempre avuto una voce bellissima, ma,parliamoci chiaro, in tanti sanno cantare, lei pero' ci mette del suo, ed e' questo a far la differenza.. Brava Marta!possa il tuo stupore verso il mondo essere sempre come quello di un bambino che continuamente ricerca. Annarita De Francesco

Claudio Morandini ha detto...

Grazie per le tue parole, Annarita. Metti bene in luce la curiosità, il senso della ricerca e la forte personalità creativa di Marta.

Marta ha detto...

Mi fate commuovere...

Annarita ha detto...

Non è il caso di commuoversi, cara Marta..In un Paese dove la meritocrazia non è di casa e i reality hanno preso il sopravvento lobotomizzando le menti di chi, essendo giovane e volubile, è più facilmente influenzabile, un complimento fatto, nel caso specifico, per meriti tangibili non può far altro che suscitare piacere ed orgoglio per l'impegno con il quale stai affrontando questa nuova avvventura, che son certa ti porterà lontano..per quel che mi riguarda, invece, lascerei volentieri lacrime amare, non di commozione, ma di indignazione rispetto ad un sistema che promuove ed esalta chi cerca e trova la facile popolarità attraverso la partecipazione ad un reality, a scapito, invece, della cultura e dei veri talenti. Annarita De Francesco