martedì 10 gennaio 2012

Letture: Silvio D'Arzo, "Casa d'altri"


In questi giorni mi sono perso (nel senso migliore) tra le pagine di “Casa d’altri”, il racconto di Silvio D’Arzo che molti hanno considerato uno dei migliori del Novecento. Per meglio dire, mi sono addentrato tra le pagine dell’edizione Diabasis del 2010 che presenta tre redazioni del racconto di D’Arzo, e che è corredata da una appassionante (non esagero) introduzione del curatore Ivan Tassi, il quale sa coniugare finemente precisione filologica e racconto di un singolare caso umano e editoriale. Il caso è appunto l’autore, Ezio Comparoni, la cui vita inguaribilmente provinciale è povera di fatti quanto affollata di scritti, di scrupoli, di insofferenze e di timori. Comparoni ricorre a una serie di pseudonimi per mascherarsi e moltiplicarsi, per fuggire soprattutto alla molesta fama circoscritta della provincia e alle chiacchiere dei conoscenti e dei conoscenti di conoscenti. Ha un rapporto complesso, intricato, con gli editori e i colleghi scrittori e in buona sostanza con la propria opera. Rimaneggia ossessivamente le proprie pagine, ora per andare incontro alle richieste editoriali ora per difendersi da quelle richieste: dilata, abbrevia, aggiunge e leva senza sosta, inseguendo in questo una sua idea di scrittura, e di realtà. Vien fuori che le versioni di “Casa d’altri” sono assai più di quelle presentate nell’edizione Diabasis, e che la moltiplicazione del racconto (che Comparoni-D’Arzo definisce “libro”, indeciso se considerarlo un romanzo breve destinato a una pubblicazione a sé o una novella più o meno lunga) comprende anche alcune stesure andate perdute, e altre di cui si parla in lettere o appunti e che forse sono solo rimaste allo stadio di progetto.
Io, dopo aver letto il saggio di Tassi (“Sentieri per Casa d’altri”, titolo appropriatissimo), mi sono dedicato alla stesura presentata per seconda, una versione breve del 1948, intitolata “Io prete e la vecchia Zelinda” e attribuita a Sandro Nedi. La trama, ridotta all’osso, è presto detta: un prete (l’io che narra) è avvicinato da Zelinda, una vecchia (in realtà di poco più di sessant’anni) dalla vita grama che sembra volergli proporre un caso morale ma che poi gli sfugge fino alle ultime pagine, dove finalmente chiederà se sia prevista, in certi casi particolari di sofferenza e pena, una qualche deroga al divieto di togliersi la vita. Il racconto è appunto il racconto del lento avvicinarsi di questi due personaggi, dello sfuggire dell’una e dei tentativi dell’altro di recuperare il contatto e di risolvere quello che sembra sempre più un enigma: è fatto insomma di indugi, false piste, attese frustrate e digressioni – un insieme così coerente e sistematico da costituire un modello fondamentale per chi coltiva un’idea di letteratura che non persegua l’immediatezza degli effetti e dei colpi di scena.
Le altre due versioni, una pubblicata nel 1952 e l’altra rimasta inedita fino al 2002 ma risalente al 1949, dilatano la semplice trama grazie all’introduzione di elementi e episodi secondari – dilatano e rallentano, procrastinano, perseguono continuamente uno spostamento dell’attenzione. È singolare – ma comprendibile – che queste aggiunte, invece di illustrare, spiegare, chiarire, finiscano in realtà per incrementare il mistero attorno ai pensieri e ai movimenti dei personaggi, moltiplicando l’apparato di reticenze.

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