venerdì 13 gennaio 2012

Sintonie: Marco Codebò, "La bomba e la Gina"


Ho avuto il piacere di leggere l’anno scorso una prima stesura de “La bomba e la Gina”, il nuovo romanzo di Marco Codebò, e all’inizio di quest’anno ho provato lo stesso piacere alla rilettura della versione pubblicata presso le edizioni Round Robin (corredata da un sottotitolo, “Intorno a Piazza Fontana”, che chiarisce subito l’ambito storico di riferimento).
È un romanzo “politico”, certo, anche militante, perché è animato da una forte tensione morale, e lavora attorno a una tesi (lo so che parlare di tesi in un romanzo è brutto, ma ci siamo capiti), o per meglio dire difende un’idea, forte, netta, documentata.
È anche un romanzo “storico”, senza indulgere però ai cliché dei romanzi storici di oggi: lo sorregge un tessuto di collegamenti tra passato e presente, lo irrobustisce un paziente lavoro di ricerca e di archivio (di cui “La bomba e la Gina” è anche il racconto, nel senso che descrive in molte parti l’ostinato lavoro di chi cerca di cavare un senso dalle carte e dalle fonti: e in questo, sottilmente, diventa un metaromanzo storico, come lo era già il precedente “Appuntamento”, del 2009). Non è un caso se in una deliziosa fantasticheria collocata verso la fine, e ambientata nel cimitero di Carrara, la voce di Pinelli defunto dialoga con un Alessandro che si interessa al suo caso e che non può che essere Manzoni – il Manzoni severo indagatore del “Vero” e instancabile compulsatore di verbali che ha scritto quel monumento di civiltà che è la “Storia della Colonna infame” e che a quanto pare ha scritto una lezione valida ancora oggi.
Quello di Codebò è insomma soprattutto un romanzo, non un saggio di giornalismo storico: affronta la realtà con gli strumenti del romanzo, sfrutta con sapienza l’incastro a sorpresa dei narratori e dei punti di vista, ricorre a una brillante e libera polifonia di voci. Gioca con il lettore, ne solletica l’intelligenza, lo “depista” più volte anche, ne estende l’orizzonte d’attesa – ma non rinuncia a esprimere un’intenzione pedagogica quando lo invita a condividere l’importanza e l’urgenza di una denuncia. Questo gioco intellettuale si interrompe solo verso la fine, quando, in una sorta di capitolo a parte, la sorella e la vedova di Pinelli con una sola voce rievocano la vita di Pino Pinelli: di fronte a questa testimonianza vera, forte e commovente, ogni reinvenzione romanzesca sarebbe stata inappropriata (è qui, tra l’altro, che compare la Gina del titolo).
“La bomba e la Gina” è un romanzo vero, infine, in quanto mette in atto ciò che nella famosa frase di Pasolini scritta nel 1974 per il “Corriere della Sera”, e non a caso citata all’inizio del romanzo, è detto così: “Io so perché sono un intellettuale, uno scrittore, uno che cerca di seguire tutto ciò che succede, di conoscere tutto ciò che se ne scrive, di immaginare tutto ciò che non si sa o che si tace” – questo “immaginare”, che è proprio del narratore più che dello storico, colma le lacune, riempie i silenzi, cancella le reticenze, dà forma e evidenza al non detto, e non è meno “vero” per il fatto che è “immaginato”.

L’idea che anima il romanzo, che lo attraversa tutto, è che tra fascismo e repubblica vi sia stata (vi sia, e basta) una continuità, nella permanenza ai posti di comando di una classe dirigente formatasi durante il ventennio fascista e nella persistenza degli interessi in gioco, da difendere a tutti i costi. Con un’invenzione romanzesca, Codebò a un certo punto mette in scena gli esponenti paradigmatici delle élite di potere in Italia, un Comandante, un Ingegnere, un Onorevole, un Capitano, un Quarto Ospite, e a verbalizzare il tutto un diligente Ragioniere: il capitolo, crudele, grottesco, ruota attorno all’ideazione della strage perfetta per il mantenimento di uno status quo antidemocratico. Questo evento sarà appunto la strage di Piazza Fontana, con il corollario dell’individuazione e della costruzione dei perfetti colpevoli, e la morte di Pinelli.
Come già in “Via dei Serragli” e “Appuntamento”, i precedenti romanzi, entrambi pubblicati da Manni, Codebò intreccia ne “La bomba e la Gina” il presente e la memoria del passato (un passato abbastanza vicino a noi, quei decenni che vanno dal fascismo al passaggio alla repubblica alla fase della strategia della tensione), l’esperienza personale e la dimensione collettiva, gli Stati Uniti e l’Italia, il confronto tra generazioni diverse, lo studiarsi reciprocamente e il tentare di comprendersi di giovani e meno giovani. C’è, credo, in questa dinamica, molto della vita di Codebò, il suo essere insegnante di Letteratura italiana alla Long Island University di New York, il guardare da americano acquisito all’Italia e da italiano all’America, il suo continuo confronto con i giovani in qualità di docente, anche il suo ricordo dei suoi primi giovanili “atti di ribellione” nei confronti della verità ufficiale e di comodo.

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