sabato 4 febbraio 2012

Da "Letteratitudine": Francesca Scotti, "Qualcosa di simile"


I dieci racconti di “Qualcosa di simile” (Pequod, 2011) di Francesca Scotti, privi di titolo, si distinguono per la semplice numerazione. I numeri al posto dei titoli sottolineano le continuità tra un racconto e l’altro, continuità tematiche e timbriche, che l’autrice ha già avuto modo di definire leitmotiv. Questi riverberi tematici tra i brani, costanti ma mai ostentati, già fanno intuire, mi pare, la cultura musicale dell’autrice, perché davvero alludono a un modo di “comporre” i racconti come se fossero parti di una suite.
Sempre a proposito di musica: Francesca Scotti è diplomata in violoncello, e anche questo si sente, nella precisione con cui descrive il rapporto fisico con lo strumento, oltre che i dettagli tecnici che solo chi suona conosce così a fondo e sa riferire con naturale competenza. Il violoncello compare anche in un paio di racconti, il 4 e il 10: è un compagno esigente e delicato, richiede un coinvolgimento emotivo totale e una straordinaria concentrazione; si accompagna sempre a giovani esecutori impacciati, tormentati, anche angosciati. È dotato di una sensibilità acutissima, che amplifica e rende irrimediabili le indecisioni e le distrazioni di chi lo suona, le quali si riverberano subito sulla sua intonazione, trasmettendosi attraverso il braccio, il polso, l’arco, la corda. La sua è una voce duttile, dotata di accenti quasi umani, e se davvero volessimo cercare tra gli strumenti dell’orchestra l’equivalente della voce che racconta queste brevi storie lo troveremmo nel canto del violoncello – un canto che non teme la monodia, perché sottintende sempre un’ampiezza di strati armonici sotto, o sopra.
Anche il pianoforte abita con autorevolezza gli spazi di diversi racconti, come una presenza viva ma pronta ad animarsi. È associato, nelle pagine della Scotti, a ragazze o donne complesse, che lo sanno suonare con una superiore perizia. Di fronte al pianoforte, alla sua perfetta intonazione, all’impassibilità e alla maestosità della sua architettura, si prova un senso di disagio, ci si scopre timidi, incerti, approssimativi. Il pianoforte, nei racconti di Francesca, è uno strumento che basterebbe a se stesso, ampio e ricco come un’orchestra: ma a volte si concede all’accompagnamento, alla commistione (in un trio di Haydn nel n. 4, nei Pezzi Fantastici di Schumann nel n. 10).
In uno dei racconti più intensi, il n. 5, il pianoforte non c’è, ma aleggia ed è cercato ovunque come un fantasma, nella casa della vecchia maestra di strumento (Midori, già apparsa nel n. 4) che, diventata cieca, sa fare a meno non solo del piano, ma di tutta la musica. È un racconto in cui la musica risuona misteriosamente, anche se viene smentita ad ogni riga.
La musica nei racconti di Francesca è sì abbandono, bellezza, facilità miracolosa, ma anche (e più spesso) fatica, delusione, pianto, frustrazione; questi sentimenti, oltre che dinanzi alla difficoltà dello strumento o alla complessità della letteratura strumentale, sono provati di fronte a figure femminili difficili e esigenti, amiche o maestre totalizzanti, che magari possiedono doti sovrumane da virtuose ma non amano la musica e sperano addirittura di trovare qualcosa che le aiuti a liberarsene. Quest’ultimo singolare aspetto ricorre più di una volta: dalla musica, dai condizionamenti pressanti che occupano intere vite e allontanano amicizie, amori, altri piaceri, ci si deve allontanare, per avere la possibilità di scoprire se stessi e cercare nuovi sentieri di libertà.
C’è molto altro nei racconti di “Qualcosa di simile” di Francesca Scotti, non solo la musica: ma lascio che gli altri lettori lo scoprano leggendo (ascoltando) queste pagine nitide e insieme sfuggenti, in cui compassione e crudeltà si amalgamano intensamente.

http://letteratitudine.blog.kataweb.it/2010/06/25/letteratura-musica/

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