Ripropongo nella sua integralità l'articolo di Paolo Morelli apparso su "Il Manifesto" di giovedì 18 ottobre 2012 a pag. 12.
NARRATIVA – Per le edizioni La Linea “A gran giornate” dello scrittore aostano Claudio Morandini
NARRATIVA – Per le edizioni La Linea “A gran giornate” dello scrittore aostano Claudio Morandini
VIAGGI TRASOGNATI VERSO L’INEVITABILE
Di quella che spacciano come crisi una cosa è sicura: serve
a ridurre diritti e spazi di libertà. Nell’editoria ad esempio, che ha ormai
solo il mercato come contatto col mondo, serve all’azzeramento delle migliaia
di ramificazioni e voci diverse che la scrittura ha sempre avuto, per
l’installazione di una letteratura unica, estrema propaggine mediale che
pretende di amministrare i pensieri per portarli verso una razionalizzazione
totale. E non è del prossimo futuro che stiamo parlando, ormai bisogna scovare
negli anfratti i libri che affermano il potere conoscitivo della fantasia,
libri innamorati che portano con sé le parole del mondo e ne propongono una
lettura. Ogni volta è una contentezza trovarli, come nel caso di A gran giornate, di Claudio Morandini
(la Linea, pp. 256, euro 14).
Non so se Morandini, un aostano che ha già al suo attivo
quattro romanzi, abbia avuto in mente il Petrarca di “e la morte vien dietro a
gran giornate”, sta di fatto che per mettere in scena un’allegoria lampante,
sotto gli occhi di tutti, permette all’io-narrante di dichiararlo: “L’allegoria
in cui mi dibatto per fortuna è piena di tempi morti, di rallentamenti, ma
anche di ellissi repentine, di balzi travolgenti in avanti, o di sgambetti
all’indietro”.
In tal modo cempennano (parola sua) le storie, perché costui
ci porta a conoscere i compagni d’avventura: e si va da tal Onorato Casamagna
letteralmente imbambolato, nel senso che si accompagna a una bambola gonfiabile
sempre più invadente, al delinquente sfinito Semenzani Tullio; da Nathan il
sacrestano che si converte al nudismo a Franchino Spaventa dalla lingua
biforcuta, anche qui letteralmente; dallo scrittore Gabriele Angous, guarda
caso l’Uomo Malato anzi “il paradigma dell’uomo malato”, a Ollssen che da
sempre si è sentito bene “senza gli altri”. In più l’ex comico Marius Duprez,
che con una raffica di barzellette meno che insulse ci indica che se i
meccanismi della comicità sono stati gli stessi per millenni, e viceversa oggi
si ride di cose che non hanno mai fatto ridere nessuno, qualcosa vorrà dire.
Tutti “nomi parlanti” come si vede, di quelli che rendono
pressoché superflua ogni introspezione, e tutti esseri umani già passati,
scaduti, abbacinati e nemmeno più stupefatti, lievemente febbricitanti, con
qualche guasto lieve o lieve slittamento di senso a cui sono indifferenti più
che rassegnati, e un destino che pure lui appare segnato e scaduto, un destino
baro ma camuffato da contingente e necessario, da logico addirittura, che li fa
incontrare per l’ultimo tratto di strada.
Pare che una leve distonia sia stata sufficiente e
candidarli, il mutamento sembra ci sia stato già prima che siano stati chiamati
a raccolta, la cesura, il salto di continuità che conferma la decisione, la
banda dispersa si ritrova verso una direzione che fa finta di essere
sconosciuta. Sbandati e capricciosi come fili di una trama già scritta, i
sodali occasionali si avviano dove non ci si può perdere perché ci si è già
persi prima, da qualche parte che non ci è dato sapere. Sembra di stare in un
bislacco e accurato disegno buzzatiano, con dentro un essenziale percorso
calviniano, e qualche deviazione slapstick del primo Celati. Ci stupiamo di
leggere o di riconoscere qualcosa che ci pare di aver sempre letto o sognato, o
forse meglio che avvertiamo come un presagio che solo alla scrittura possiamo
confessare di avere. Una storia “di un’ovvietà che tramortiva” come sempre
quando a suggerire è il buon senso, quello oggi accantonato con cura. In più il
delirio ha la propensione a fingersi logico, come dimostra la numerazione a
doppia cifra di capitoli e sezioni.
E difatti di un viaggio verso l’inevitabile si tratta, a cui
conduce una logica talmente derazzata e presuntuosa che nemmeno ha più bisogno
di ritrovarsi nell’esperienza. Nemmeno ci si può chiedere perché, forse si sono
slacciati i bassi istinti, forse “quelle bestie luride (…) ci hanno costretti a
diventare simili a loro, anche noi sordidi, rumorosi, tutto un alternarsi di
scatti d’ira e pigrizia untuosa”. Sembra insomma che il dramma sia già avvenuto
pure se non ce ne siamo accorti, ora possiamo avviarci, ora gli elementi ci
sono tutti, su un pullman e poi un furgone che per l’appunto somigliano a carri
allegorici.
Nemmeno si strugge il racconto, nessuna “insensata
indulgenza verso il passato” mentre va per andare avanti tra rovine di
esplosioni inspiegabili, stanze con dentro segreti impronunciabili, strane bestie
ferite, case a forma a salsiccia che diventano ossessioni distruttive,
equivoci, indecisioni crescenti e imbarazzanti, relitti di carovane precedenti e
forse identiche e in più la sensazione che “siamo già passati di qui”. la
temperatura però non aumenta mai, si respira il “gusto acido e bruciaticcio”
del cupio dissolvi, si va con “una
sorta di fatalistica disinvoltura, di irresponsabile levità”. E già qualcuno si
perde, come nella mirabile e grottesca pantomima horror di Ollssen che restando
indietro è costretto a dilazionare l’abbraccio cannibale, lottare contro il torpore suonando il
pianoforte.
Magistrale e misurato il racconto cala sull’attesa della
fine come un gigantesco uccello preistorico, senza più capire, con le memorie
che svaniscono e segnali desiderati dove non ce ne sono più, assieme al
paesaggio via via desolato e violento della natura che torna padrona, e allora
abbiamo davanti tutti gli squarci, varchi e riflessi estremi, le illusioni
selvagge quando riprende possesso di ciò che è sempre stato suo, natura
primordiale e finale che si svela pian piano in tutta la sua voracità, e “tutti
noi ci stiamo dirigendo verso i lei, che sembra aspettarci”.
Che tutto è già finito da un pezzo non lo ammetteremo mai,
come i climatologi che hanno aspettato l’evidenza per dire che è in atto un
mutamento esiziale.
PAOLO MORELLI, “IL MANIFESTO” di giovedì 18 ottobre 2012,
pag. 12
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