Dopo qualche giorno, il ricordo delle emozioni provate la
sera di sabato 18 novembre è ancora vivido. Ero a Roma, nella cripta della
Chiesa di santa Lucia del Gonfalone, in via dei Banchi Vecchi, reduce da una intensa e divertente presentazione di “A gran giornate” in compagnia di
Fabio Ciriachi. La serata, intitolata “SHE LIVES – Contemporary music is
music”, prevedeva un concerto con musiche di Sidney Corbett, Lasse Thoresen,
Alessio Elia, Giusto Pappacena, Cristiano Serino (e Claude Debussy) eseguite
dall’Ensemble Miroirs diretto da Andrea Ceraso, dal pianista Massimiliano
Scatena, e dagli stessi Serino e Elia. Qua e là, nel programma, sarebbe toccato
a me, primo ospite, leggere pagine di tema musicale tratte da “Rapsodia su un
solo tema” (il capitolo che dà titolo al romanzo) e da “A gran giornate”
(l’episodio in cui Ollssen si trova costretto a suonare il pianoforte, in mezzo a
una foresta, per sopravvivere all’assalto di alcuni misteriosi uomini).
La serata era importante: ho già riportato, in un post
precedente, le risposte di Fabiana Piersanti, che ha ideato e curato l’evento,
con passione e competenza, assieme a Andrea Ceraso, trasformandolo da serata a
progetto stabile; aggiungo che SHE LIVES era inserito nei tre giorni dell’Ark
Festival curato da Marco Fioramanti, giorni prodighi di arte in ogni forma.
Ora, io solo questo posso dire: che la musica raccontata
dalle mie pagine ha avuto tutto da guadagnare dall’accostamento con la musica
vera, viva, respirante, che ho sentito eseguire dagli amici musicisti. Voglio
dire che c’è sempre un che di approssimativo, di inevitabilmente contaminato,
nella musica raccontata: sia perché le parole sono altro dalle note, sia perché
la pagina di un romanzo è altro dall’analisi musicologica, sia perché chi
scrive ha sempre in mente, come lettore, qualcuno che sa poco o non sa nulla di
musica, e che non va respinto per questo, non va scoraggiato, anzi va
rassicurato, condotto per mano, sensibilizzato, educato. Sia, soprattutto, perché chi scrive (ora parlo proprio di me) sa di musica come ne sa un
dilettante, e al massimo potrà definirsi un collezionista di musiche, un
amateur, al massimo un connaisseur,
anche un po’ irresponsabile, quelle robe lì insomma. Per questo ho amato
questa serata di sabato: perché le composizioni vere di Lasse, Alessio,
Cristiano, Giusto, Sidney, Claude (peccato che quest’ultimo non fosse presente,
così promettente!) hanno in un certo senso corroborato le mie immaginarie,
hanno dato corpo e fiato e insufflato credibilità sulle mie.
Ho amato le composizioni di sabato, tutte, nella loro
diversità: le ho sentite attente a mantenere un contatto senza rinunciare alla
ricerca di un suono nuovo; le ho sentite giocare, senza remore ma anche senza
struggimenti, con una tradizione gloriosa, e oscillare tra complessità e
incantamento, tra virtuosismo (anche ironico) e linearità, tra inquietudine e
sospensione riflessiva. Le ho, da epicureo, godute, e spero che questo non
suoni come un’eresia; esse mi hanno parlato di se stesse, non d’altro (direbbe
Dvoinikov), ma mi hanno parlato, mi hanno invitato a ritracciare strutture, a
inseguire percorsi, a individuare filiazioni, a delibare timbri e spessori
armonici e zampettii ritmici e tutto il resto.
Il progetto è bellissimo, è necessario. Deve continuare,
insistere, coinvolgendo altri, costringendo altri ancora. Per quel che mi
riguarda, sono immensamente grato a chi mi ha voluto coinvolgere.


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