mercoledì 24 ottobre 2012

SHE LIVES (da "Letteratitudine"): l'intervista a Fabiana Piersanti (2)

4 – La serata del 17 novembre unirà letture e esecuzioni di musiche. Che cosa lega la parola, scritta o detta, alla musica, secondo te?
Il rapporto fra musica e parola ha radici antichissime, che vanno dall’antica Grecia – se non prima – fino, idealmente, agli estremi Vocal Works di Ligeti; dunque non voglio avventurarmi in un terreno già ampiamente esplorato da voci molto più autorevoli e competenti della mia. Cercherò quindi di restringere la mia considerazione a un aspetto che mi suggerisce il contesto artistico e musicale della serata del 17 novembre.
La letteratura, a un certo punto, ha cercato di imitare l’indeterminatezza della musica. Non posso non pensare, per esempio, ai “componimenti sonori” di una certa produzione poetica di Mallarmé. Ma anche la musica, soprattutto nel Novecento, ha sentito il desiderio di svincolarsi dal proprio linguaggio, o comunque di metterlo in discussione, che è lo stesso punto, poi, dal quale le maggiori avanguardie storiche sono partite. Su questo terreno mi ci ha portato la ricerca estetica musicale del sopracitato Alessio Elia. Il discorso è davvero molto affascinante, e più lo scruto più mi porta a essere attratta da compositori che prediligono una ricerca puramente sonora; l’unica, credo, in grado di esaltare la quint’essenza della natura evocativa della musica.
Comunque, per quanto riguarda la serata del 17, il ponte con la parola non è così “filosofico”; ho avuto il grande piacere, nonché ho ritenuto opportuno invitare come primo ospite di SHE LIVES uno scrittore che stimo molto, e che condivide i valori del progetto.
Fabiana Piersanti con i compositori Sidney Corbett, Lasse Thoresen, Alessio Elia
5 – La serata del 17 è solo l’inizio. Che cosa diventerà il progetto?
Diventerà principalmente un luogo di suggerimento dove pubblico e istituzioni potranno attingere ogni volta che vorranno. Ecco, vorrei sottolineare quanto l’attività di sensibilizzazione delle istituzioni culturali sia fondamentale, e quanto ci concentreremo su questo aspetto, perché le istituzioni possono dare una grande accelerazione nel processo di corroborazione della consapevolezza del pubblico; un pubblico che oggi ha un ruolo piuttosto passivo, statico, a volte addirittura ebete, e io sono convinta che la principale causa di questo atteggiamento sia imputabile proprio al pregiudizio delle istituzioni di cui ho accennato prima.
Un paio d’anni fa quando proposi a un’importante istituzione musicale, di cui non farò il nome, di prendere in considerazione la possibilità di inserire nella sua programmazione concertistica le opere del compositore norvegese Lasse Thoresen, mi è stato risposto che non sarebbe stato possibile, perché il pubblico non ama le novità, e chiede di ascoltare un certo tipo di repertorio. Questo rappresentate, oltre al fatto che si è autoeletto a portavoce di un intero pubblico, come se questo fosse un monolite con un solo organo pensante, non sapeva, ne sono certa, che Lasse Thoresen è fra i compositori scandinavi viventi più stimati al mondo; però mi ha detto che se fosse stato l’ambasciatore norvegese in Italia a proporglielo, forse… Basta, non vado oltre.
Un pezzo di Lasse Thoresen verrà eseguito il 17 novembre per la prima volta in Italia, e di questo sono molto orgogliosa. Ma colgo l’occasione per ribadire che non è mia intenzione generalizzare: molte istituzioni, anche pubbliche, svolgono un lavoro encomiabile, sotto questo punto di vista.

6 – Che posto può avere la musica colta nel mondo di oggi?
Un posto fondamentale: la musica colta per sua natura si oppone con forza alla vorticosa, superficiale, bulimica tendenza dei nostri tempi di incoraggiare dinamiche da fast food nei confronti non solo della fruizione artistica, ma dell’esperienza esistenziale tout court, cui è fortemente legata. Soprattutto nelle nuove generazioni, che rappresentano il nostro futuro e che sono diventate purtroppo molto ricettive a certi stimoli negativi, queste dinamiche hanno creato un grande equivoco: complesso vuol dire noioso, macchinoso, non immediato. Sorrido: mi vengono in mente alcune composizioni di Bach, che pur inquadrate in un rigido rigore formale, hanno una potenza espressiva immensa. Ecco, offrire la possibilità di arricchire la percezione umana in questo modo credo sia l’impegno che ogni rappresentante istituzionale dovrebbe assumere come antidoto alla desolazione morale.

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