venerdì 22 marzo 2013

Da "Letteratitudine News": intervista a Stefano Bortolussi

Stefano Bortolussi ha pubblicato da poco un romanzo, “Verso dove si va per questa strada”, presso Fanucci, nella collana Teens, che “si propone di offrire occasioni di lettura, divertimento e riflessione” al pubblico “nascosto, spesso sottovalutato” dei teenager, “quei ragazzi che spesso si allontanano dai libri proprio perché non riconoscono in essi il proprio mondo e i propri specifici problemi”.
Verso dove si va per questa strada
Il romanzo di Bortolussi sa parlare con franchezza e ironia a questo pubblico, raccontando una storia molto antica e allo stesso tempo molto moderna, realistica e immaginosa, incentrata sulle avventure di due sorelle (una quindicenne, una decenne). In fuga dall’auto della madre, per motivi che rimarranno misteriosi fino alla fine, le due ragazzine si inoltrano in un bosco che riserva loro diversi incontri con personaggi bizzarri, forse scontrosi e inafferrabili ma certo non minacciosi; dopo il bosco, ecco un fiume, poi un canale, una nave abbandonata, una casetta insolita… Spinte a procedere da qualcosa che non è soltanto desiderio di avventura o di indipendenza, e nemmeno curiosità, o impulso di sopravvivenza, le due sorelle, dotate di una fantasia fervida ma anche di un vivace pragmatismo, affrontano assieme, con un senso via via più solido di appartenenza, la deriva di avventure e imprevisti, fino al sorprendente finale che tutto ricompone.


1 – Caro Stefano, quali sono secondo te le virtù più importanti di un romanzo per ragazzi? Credo che una di queste sia il trattare i giovani lettori come lettori a tutti gli effetti, a pieno diritto.
Hai perfettamente centrato il punto, a mio parere. Un “romanzo per ragazzi” secondo me dovrebbe essere semplicemente un bel romanzo, e rivolgersi ai ragazzi quasi dimenticandosi che siano “ragazzi”, ossia evitando di prendere le scorciatoie (di senso, espressive, psicologiche o quant’altro) che alcuni si sentono obbligati a prendere quando scrivono “per ragazzi”. In altre parole, mai sottovalutare i propri lettori – cosa di cui dovrebbero ricordarsi anche molti scrittori “per adulti”, peraltro.
2 – E che cosa non dovrebbe essere un libro per ragazzi? Oppure: che cosa tu cerchi di evitare quando scrivi per i ragazzi?
Ti svelo un segreto che forse non è poi così segreto: in realtà, scrivendo “Verso dove si va per questa strada” non mi ero prefisso di scrivere un romanzo “per ragazzi”, di rivolgermi necessariamente a lettori e lettrici dell’età delle mie due protagoniste (rispettivamente 15 e 10 anni). Quello che mi interessava fare, e che spero di essere riuscito a fare, era calarmi nella mente, nella psicologia e perché no, nel corpo della narratrice, la sorella maggiore. Il fascino dell’operazione per me era tutto lì: uno scrittore di mezz’età (ebbene sì, tristemente…) che si immerge nel mondo di un’adolescente e cerca di reimmaginarlo (e non di riprodurlo, bada bene). Forse questo mi ha evitato di incorrere negli errori di cui parlavo prima. Ma anche in passato, quando mi è capitato di scrivere per lettori anche più piccoli, ho scoperto che il (mio) segreto è quello di pensarli sempre un po’ più grandi.
3 – Direi che la tua sfida è vinta. La tua quindicenne è un personaggio intenso, ricco, per certi versi anche spiazzante. Il lettore adulto finisce per invidiare un po’ a lei e alla sorellina il loro approccio alle cose e al linguaggio. Ma tornando a parlare dei giovani lettori (o delle giovani lettrici): qual è il tuo tipo di pubblico ideale? Ho l’impressione che la tua scrittura così ricca richieda attenzione e concentrazione, e che insomma tu abbia in mente un lettore già consapevole del suo ruolo, nutrito di buone letture.
Sì, il mio giovane lettore ideale è un lettore forte e consapevole. Un giovane lettore la cui vita è già stata cambiata da Harry Potter (una delle più grandi architetture letterarie degli ultimi decenni, se lo chiedi a me), da Stephen King, dai classici per l’infanzia e da Shakespeare, quello del “Sogno” e della “Tempesta”. E soprattutto un lettore adulto che non ha paura di confrontarsi con questo genere di visioni e di racconti, un adulto-bambino nel senso migliore del termine.
4 – Questo mi conferma l’impressione che ho avuto leggendoti, cioè che il tuo rapporto con la tradizione della letteratura per ragazzi sia stretto e fecondo. In “Verso dove si va” ho sentito il recupero di situazioni, temi e suggestioni molto antiche, a partire dalla fuga nel bosco, ma rivissute sempre con una sensibilità anche ironica e un’inquietudine molto contemporanee.
Sì, scrivendo il libro ho sempre avuto bene in mente che mi rifacevo a una tradizione millenaria, quella della fiaba: il percorso a tappe, gli incontri, i luoghi simbolici come il bosco, il fiume, gli animali e in generale gli elementi. Non a caso, a chi mi chiedeva cosa stessi scrivendo, rispondevo sempre: “una specie di fiaba malata”. Ma all’interno del calderone dei riferimenti e delle ispirazioni ci sono molte altre cose: due canzoni di P.J. Harvey, una poesia di Ted Hughes (“Lucci”, diretta ispiratrice dell’incontro con il mostruoso siluro nel canale), un meraviglioso romanzo di un altro grande Hughes, Richard, che si chiama “Un ciclone sulla Giamaica” e dove c’è una scena in cui una ragazzina si porta allegramente a letto un piccolo coccodrillo… o è un caimano? Non riesco mai a ricordarmelo. (Esiste una descrizione migliore del concetto di “perverso polimorfo”? Certo che esiste: ma in Freud è molto, molto più noiosa.) E poi ovviamente “Alice” di Lewis Carroll, e “Huckleberry Finn” di Mark Twain, e “Il signore delle mosche” di William Golding, e di nuovo Shakespeare, Prospero e Ariel, Oberon e Titania… Come vedi, tutte opere che stanno in precario e succulento equilibrio fra letteratura per ragazzi e per adulti. Ma forse bisognerebbe addirittura superare un distinguo così semplicistico. Ne propongo un altro: quello fra chi è disposto a stupirsi e chi no.
5 – Uno degli aspetti più interessanti del tuo libro sta nella verosimiglianza applicata alla dimensione avventurosa e fantastica. I pensieri, i battibecchi, il rapporto complesso eppure stretto tra le due sorelline, l’atteggiamento di esasperazione della maggiore non scevro di stupore ammirato nei confronti della minore, tutto questo impianto psicologico e dialogico è estremamente realistico – riesco a immaginarle benissimo, due ragazzine così, insieme complici e avversarie, e sono sicuro che si esprimeranno davvero così, in quello stile immaginoso e sempre un po’ iperbolico, tutto arguzie e sfide.
Be’, ti ringrazio, visti i miei obiettivi iniziali è forse il miglior complimento che si possa fare al libro. Tieni conto che, alla stessa stregua dell’Alice di Carroll, le mie due protagoniste si ispirano a due ragazzine in carne e ossa, a cui peraltro il libro è dedicato. Sono loro, figlie di amici, ad avermi incantato con i loro scambi di arguzie e le loro dinamiche di rapporto, e ad avermi spinto ad assumere le loro sembianze, penna in mano…
6 – Quanto a me, da “lettore di mezz’età”, ho apprezzato il tuo romanzo senza per forza immaginarmi nei panni di me stesso da giovane, come invece mi capita quando devo farmi piacere certi film destinati a un pubblico giovanile. Ne ho apprezzato la forza onirica, l’arguzia del linguaggio, la dimensione avventurosa, l’intento pedagogico ben mascherato ma avvertibile e condivisibile.
Anche qui, grazie. Sebbene debba dire che, non avendo mai avuto in mente di scrivere per un pubblico specifico, più che mascherato l’intento pedagogico è forse inconscio. In realtà (e forse questo la dice lunga sulla potenza dei miei meccanismi regressivi…), scrivendo il libro mi sono sempre lasciato guidare dal principio di piacere: come vorrei che reagisse la narratrice a questo punto? Cosa mi piacerebbe che dicesse la sorella minore in questa situazione? In fondo, la storia è quella di un’avventura liberatoria, anche se tutta giocata “sotto la superficie”…
7 – Un’ultima domanda, forse inevitabile, Stefano: uno dei problemi maggiori, per chi insegna oggi, è di far amare la lettura agli allievi – anzi, di educare gli allievi alla lettura, cioè a un’attività che una volta faceva parte naturalmente del percorso formativo di ogni ragazzo o quasi, ma che oggi è negletta, e rischia di diventare, se già non lo è, fatica abnorme, pratica innaturale, esercizio forzoso. Secondo te come si può far scoprire di nuovo ai giovani il piacere della lettura?
Una proposta provocatoria: adottare la saga di Harry Potter come libro di testo. Scherzi a parte, nella mia visione forse semplicistica e ingenua c’è sempre un insegnante che ti fa “innamorare”. Il segreto, secondo me, è tutto lì.

https://letteratitudinenews.wordpress.com/2013/03/22/intervista-a-stefano-bortolussi/#more-2435

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