domenica 17 marzo 2013

Il qui-e-ora e l'altrove (pensierini)


Torno su alcuni aspetti che l’intervista di Umberto Rossi su “Pulp Libri” di gennaio 2013 ha sollevato e che sono stati ripresi in un pezzo di Elio Grasso per “FuoriAsse” n. 6 del marzo 2013, là dove si dice: “abbiamo a che fare con un autore che agisce da una provincia vischiosa e abbastanza misteriosa: Aosta potrebbe gestire atmosfere di confine come niente fosse, però nei libri di Morandini appare trasfigurata, resa piatta e forse scaricata quanto una senile regione padana”. È un tema che mi sta evidentemente a cuore, su cui ragiono spesso (anche nella rubrica che mi è stata affidata su “Zibaldoni e altre meraviglie”, Da una provincia di confine). Allora, pronti? Si riparte.
Ho trovato in certi scrittori svizzeri anche molto diversi gli uni dagli altri – Max Frisch, Jacques Chessex, per nominarne due – una corrispondenza con quello che sento, io piccolo scrittore di confine, o con quello che vorrei sentire. Negli svizzeri ho notato un’apertura quasi feroce verso le esperienze esterne, europee e anche extraeuropee – e un’altrettanto ferocemente lucida insofferenza per l’angustia dell’ambiente in cui sono vissuti (che era pur sempre, nel caso di Frisch, Zurigo, mica un paesello). Negli svizzeri che amo la marginalità si traduce in uno sforzo perenne di allungare lo sguardo altrove, nel bisogno di saltare le paludi quiete nelle quali non vogliono sprofondare, per connettersi a flussi di realtà più ampi, più irruenti. Sono cosmopoliti nel modo più irrequieto ed esigente; e non amano le dimensioni locali che costringono a continui esercizi di miopia.
Ecco, mi sento, fatte le dovute proporzioni, come loro. Provando a sintetizzare: ad Aosta abito, non ci vivo. Ho l’ambizione di vivere altrove, in orizzonti (non solo virtuali) più ampi, lungo connessioni che ho curato per anni, e che si allungano nello spazio presente ma anche, in un certo senso, si radicano in verticale, negli spazi della tradizione letteraria (cioè di tradizioni vere, che sono germinate altrove, sempre in un altrove).
Il fatto che qui, dove abito, mi si conosca meno ancora che altrove – il fatto che qui mi si tratti comunque come un autore locale, in mezzo a molti altri, persone rispettabili ma estranee a ogni idea di letteratura, perse in un’autoreferenzialità certo rassicurante ma comunque fuorviante – questo fatto mi provoca, è vero, qualche cruccio, ma per fortuna mi basta connettermi con i miei altrove per superare questo modesto e anche imbarazzante choc.
I miei altrove sono i veri miei qui e ora, insomma; vi ho ottenuto cittadinanza, vi sono dentro sempre, quando scrivo e quando penso, quando leggo e quando ascolto, quando comunico, quando scopro e quando imparo e quando mi sento letto, esaminato, rigirato, discusso. La comunità di cui sento di far parte è una realtà concreta, fervida, è percorsa da idee e dibattiti, risuona di sintonie, e non smette di essere presente quando tolgo il collegamento, perché non coincide con le comunità su internet, anche se internet è uno degli strumenti principali per garantire la comunicazione tra i suoi membri (non tutti, per la verità, ancora in vita).

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