Torno su alcuni aspetti che l’intervista di Umberto
Rossi su “Pulp Libri” di gennaio 2013 ha sollevato e che sono stati ripresi in
un pezzo di Elio Grasso per “FuoriAsse” n. 6 del marzo 2013, là dove si dice: “abbiamo a che fare con un
autore che agisce da una provincia vischiosa e abbastanza misteriosa: Aosta
potrebbe gestire atmosfere di confine come niente fosse, però nei libri di
Morandini appare trasfigurata, resa piatta e
forse scaricata quanto una senile regione padana”.
È un tema che mi sta evidentemente a cuore, su cui ragiono spesso (anche
nella rubrica che mi è stata affidata su “Zibaldoni e altre meraviglie”, Da una provincia di confine). Allora, pronti?
Si riparte.
Ho
trovato in certi scrittori svizzeri anche molto diversi gli uni dagli altri –
Max Frisch, Jacques Chessex, per nominarne due – una corrispondenza con quello
che sento, io piccolo scrittore di confine, o con quello che vorrei sentire.
Negli svizzeri ho notato un’apertura quasi feroce verso le esperienze esterne,
europee e anche extraeuropee – e un’altrettanto ferocemente lucida insofferenza per l’angustia dell’ambiente in cui sono vissuti (che era pur sempre, nel caso di Frisch,
Zurigo, mica un paesello). Negli svizzeri che amo la marginalità si traduce in
uno sforzo perenne di allungare lo sguardo altrove, nel bisogno di saltare le
paludi quiete nelle quali non vogliono sprofondare, per connettersi a flussi di
realtà più ampi, più irruenti. Sono cosmopoliti nel modo più irrequieto ed
esigente; e non amano le dimensioni locali che costringono a continui esercizi
di miopia.
Ecco,
mi sento, fatte le dovute proporzioni, come loro. Provando a sintetizzare: ad Aosta abito, non ci vivo. Ho
l’ambizione di vivere altrove, in orizzonti (non solo virtuali) più ampi, lungo
connessioni che ho curato per anni, e che si allungano nello spazio presente ma
anche, in un certo senso, si radicano in verticale, negli spazi della
tradizione letteraria (cioè di tradizioni vere, che sono germinate altrove,
sempre in un altrove).
Il
fatto che qui, dove abito, mi si conosca meno ancora che altrove – il fatto che
qui mi si tratti comunque come un autore locale,
in mezzo a molti altri, persone rispettabili ma estranee a ogni idea di letteratura, perse in un’autoreferenzialità
certo rassicurante ma comunque fuorviante – questo fatto mi provoca, è vero,
qualche cruccio, ma per fortuna mi basta connettermi con i miei altrove per superare questo modesto e
anche imbarazzante choc.
I
miei altrove sono i veri miei qui e ora, insomma; vi ho ottenuto cittadinanza, vi sono dentro sempre, quando scrivo e quando penso,
quando leggo e quando ascolto, quando comunico, quando scopro e quando imparo e
quando mi sento letto, esaminato, rigirato, discusso. La comunità di cui sento
di far parte è una realtà concreta, fervida, è percorsa da idee e dibattiti,
risuona di sintonie, e non smette di essere presente quando tolgo il collegamento,
perché non coincide con le comunità su internet, anche se internet è uno degli
strumenti principali per garantire la comunicazione tra i suoi membri (non
tutti, per la verità, ancora in vita).
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