venerdì 8 marzo 2013

Da "Letteratitudine News": Mauro Tomassoli, "L'estate di Camerina"

Alcuni elementi fortemente riconoscibili ricorrono nei bei racconti che Mauro Tomassoli ha riunito sotto il titolo “L’estate di Camerina” (Avagliano, 2012). Vi si assapora una scrittura lavorata, innanzitutto, dosata e precisa, un po’ fuori dal tempo (dal nostro tempo approssimativo e arrogante di sicuro) e legata invece a un’idea di prosa che oggi non usa più (e a certi modelli di scrittori che ancora tra i Cinquanta e i Sessanta hanno lavorato sul cesello della forma breve del racconto).
Vi si apprezza poi la pratica del racconto come narrazione di emozioni sottili, di impalpabili sensazioni, concentrate dentro a una situazione colta nel suo farsi, ma senza l’assillo (da scuola di scrittura) del rispetto di una struttura – soprattutto, senza l’ossessione della conclusione a sorpresa, del botto finale, qui sempre procrastinato, eliso. Mauro Tomassoli mi conferma quest’impressione, quando risponde così, con apprezzabile understatement, a una mia domanda su quali siano le virtù del racconto ideale: “Non so ben risponderti; ma mi pare sia fondamentale, che si tratti di un racconto breve o di un romanzo, fare di tutto per non annoiare il lettore, aderire il più possibile al nocciolo dell’idea, rischiare di lasciare al lettore piuttosto degli interrogativi insoluti, un vago senso di inappagamento, che un’eccessiva sazietà”.
Se poi il discorso si allarga alle qualità di una raccolta, Tomassoli confida: “L’unica cosa che mi viene da pensare (e da perseguire) è di privilegiare una scelta di racconti dalla stessa atmosfera, che formino un corpus coerente, che dialoghino tra loro”. E così continua, a proposito di maestri e modelli: “Sono sempre stato un lettore più di romanzi che di racconti. Come tanti altri, ho amato, da ragazzino, certi racconti del terrore (Poe, Lovecraft…). In anni più maturi, ho incontrato quelli di Cechov, che forse è il mio autore di racconti preferito. Kafka. E, per scendere nel contesto italiano, Buzzati, Flaiano, Savinio, la Ginzburg… E, per calarmi in quello ancora più circoscritto degli scrittori miei conterranei, De Roberto, Brancati, Borgese, Sciascia e naturalmente Pirandello”.
Dentro i suoi racconti si muovono personaggi pensosi e introversi, che parlano (pensano, cioè, o rimuginano) con voci simili ma non uguali e che sembrano subire le circostanze con la compunta angoscia dell’inetto di matrice novecentesca – una figura paradossalmente potente e vitale, verrebbe da dire, che può ancora essere declinata in mille modi, e attraversa le epoche e supera le mode.
“Gli inetti” sorride Tomassoli. “Per esaurire la questione con una frasetta lapidaria ma (davvero!) non retorica, credo, in queste misere figure, di stigmatizzare me stesso, certe mie meschinità. La scrittura è per me una forma benefica di auto-analisi”.
Eccoli allora, questi tormentosi personaggi, piegarsi sotto il peso di situazioni che non sanno gestire, organizzare incontri a lungo desiderati che però sfumano mentre loro sono invischiati in altro, immaginare ribellioni irrealizzabili, pazientare in attesa di un’improbabile scappatoia, recare su di sé il peso di una responsabilità che sta per diventare destino rovinoso, ammutolire e bloccarsi infine dinanzi al precipitarsi degli eventi. In loro un eccesso di pensiero, si direbbe, cerca invano di compensare un difetto di azione, difetto che non sembra appartenere ai comprimari, più decisi, volitivi, pervicaci, anche stolidi, ma certo più vivi.

Con efficacia l’autore mette a nudo emozioni e riflessioni di questi suoi borghesi incompiuti (fa eccezione il secondo racconto, “I due amici”, amarissimo e scabro come una pagina di Saverio Strati, o meglio come una scena di Beckett raccontata da Strati). E nell’investigare le loro angosce sempre molto ben educate (sto leggendo, per combinazione, Alberto Vigevani, e quante assonanze ho trovato tra i due!) Tomassoli, dicevamo, lavora con i sottili meccanismi dell’umorismo. Non si ride, certo, e non si sorride nemmeno tanto, tranne forse nel primo racconto, “La festa”, il più paradossale, quasi à la Campanile, o nell’ultimo, che dà titolo alla raccolta ed è perfidamente caricaturale nell’enunciare i tic di una società tutta tesa al benessere; piuttosto si coglie una visione precisa, amara e pessimistica dell’uomo, una visione che individua le debolezze e le incoerenze, l’incongruenza e l’inadeguatezza di ognuno, e inquieta scava o gratta sotto le rassicuranti convenzioni alla ricerca del ribollire di una possibile verità. Qui si sente chiara la sintonia di Tomassoli con la feconda linea siciliana di Pirandello, Borgese, Brancati e Sciascia.
“La coloritura umoristica c’è, senz’altro” risponde Mauro Tomassoli: “per stemperare, sospetto, il giudizio severo su me stesso. Ma chiaramente è anche una forma automatica di omaggio alle mie letture, ai luoghi letterari in cui la figura tipicamente novecentesca dell’inetto mi si è rivelata (che non saprei, tuttavia, ripercorrere adesso: Rubè di Borgese, su tutti)”.
Intravedo insomma, nelle pagine de “L’estate di Camerina” (nell’ambientazione, ma anche nello stile, perfino nella lingua), un certo disagio con l’oggi; chiedo all’autore se la mia sia una lettura corretta e da cosa nasca questo disagio.
“Il disagio con l’oggi” conclude Tomassoli “è una lettura perfettamente calzante: anche se sospetto sia più un alibi per ritirarmi in disparte, una giustificazione che trovo per la mia pigrizia, per la mia resistenza a confrontarmi con gli altri, col mio tempo, a diventare adulto. Mi pare poi che viviamo un’epoca così frastornante e dispersiva, così globalizzata, in cui si deve conoscere tutto, pensarla su tutto, che alla fine forse è meglio limitare il più possibile il proprio raggio d’azione, rifugiarsi nelle poche cose ma buone e testimoniarle (e anche sfrondare il più possibile la propria arte)”.

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