mercoledì 8 maggio 2013

Da "Zibaldoni e altre meraviglie": le traversie di un povero virtuoso


In "Da una provincia di confine", la rubrica che tengo sulla rivista online "Zibaldoni e altre meraviglie" diretta da Enrico De Vivo, appare da oggi un nuovo pezzo, dal bel titolo redazionale "Musica muta". Ne riprendo qui la parte centrale, in cui racconto il trauma di certi concertisti che dopo un lungo viaggio, in mezzo a tournée massacranti, giungono a suonare in un'improvvisata sala da concerto nel bel mezzo del quasi-nulla. L'invito è, come sempre, di andare a cercare il pezzo nella sua interezza su http://www.zibaldoni.it/2013/05/08/musica-muta/, e poi di leggere tutto il resto di quell'eccellente, gloriosa rivista.

Eccoli, giungono in provincia sul loro pulmino. Il concerto è per stasera, in un padiglione tutto di metallo creato per l’occasione, accanto alle famose e suggestivissime rovine di epoca romana. Ancora storditi per il lungo viaggio, chiedono di conoscere il pianoforte, o di provare l’acustica sul palco. Acustica? L’espressione del funzionario che li accoglie cangia, il discorso si fa sfuggente. Ma sì, l’acustica. Ora, subito? Be’, sì, ora. Il funzionario non sorride più, e trattiene uno sbuffo – non troppo, giusto perché che si noti che lo sbuffo era in partenza. Va bene, va bene. L’acustica. Sicuro.
I giovani o vecchissimi virtuosi sono accompagnati sul palco di legno.
La struttura metallica che avvolge il palco è progettata per emergere a gomitate tra le architetture cittadine, con prepotente incongruità. Apparentemente solida, cigola in realtà a ogni colpo di vento, dà schianti continui di assestamento, oscilla a ogni passo di visitatore. Solidi ponti sonori la attraversano da un capo all’altro: se uno posa il piede nel punto A, quel piede posato diventerà potente calcio nel punto B, all’opposto. I passettini delle donne con tacchi diventano attraversamenti di orde. I piedini dei bambini zampate di pachiderma. Il metallo freme di ogni segno di vita, amplifica e centuplica ogni spostamento nello spazio. Ecco, in quella struttura, laggiù, sul palco, il giovane (e ambizioso, non ancora rassegnato, solo un po’ sperduto) virtuoso dovrà eseguire il suo programma. Siamo al momento delle prove. Un accordatore ha appena dato una ripassata allo strumento. Il virtuoso si accosta al pianoforte, ne saggia la meccanica, tenta un approccio di accordi ascendenti. Il programma, elegantemente monografico, prevede notturni: Field, Chopin naturalmente, Fauré. Pianissimi estenuati, sospensioni dei suoni, fluttuazioni assecondate dall’uso accorto del pedale di risonanza. Il virtuoso suona: Immàginati dentro una campana di vetro, gli diceva la maestra, immàginati isolato da tutto il resto. Lui ricrea quell’illusione. Ma la campana di vetro non basta a isolarlo dagli schianti e dai lamenti della struttura di metallo che incombe tutt’attorno a lui. Suona, ma non si sente. Si vede pigiare i tasti, ma non ne sente uscire alcun suono. Suona più forte, alla ricerca di quel suono tanto lungamente distillato in mesi di prove: niente ancora. Più forte, più forte, fortissimo: e finalmente si ode qualcosa, di quanto scritto da Chopin o Field o Fauré – qualcosa, non tutto. Ecco, bravo, gli dice l’accordatore, che è rimasto ad ascoltare, suoni sempre così: sempre in fortissimo. Lasci stare le indicazioni dinamiche e agogiche, pesti quei tasti più che può. Ma sono notturni, balbetta il virtuoso. Quello che sono lo sappiamo. Ma stasera saranno qualcos’altro. Solo stasera, guardi. Non si preoccupi, non lo si verrà a sapere. Nessuno scriverà mai di questo concerto quassù, glielo garantisco per esperienza. Lei tra qualche tempo non ci crederà nemmeno, penserà a un sogno, a un brutto sogno. Ora invece pensi a onorare l’impegno, che l’hanno pagata bene.
Allora & Calzadilla, "Stop Repair, Prepare", 2008

http://www.zibaldoni.it/category/rubriche/provincia_di_confine/


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