venerdì 3 maggio 2013

Sintonie: Domenico Calcaterra, "Niente stoffe leggere"



Domenico Calcaterra è un amico con il quale condivido da qualche tempo, pur a distanza, passioni letterarie e argomenti di riflessione. Lo seguo su numerose riviste online, dove i suoi articoli, mai occasionali, esprimono sempre una ricerca esigente e insieme fiduciosa, tra le opere pubblicate di recente, di quella sensibilità letteraria che si distacchi dall’andazzo corrente, che sappia osare anche, che non si accodi alle mode e alle convenzioni di oggi.
Ora c’è la possibilità di leggere il corpus delle sue recensioni e dei suoi microsaggi degli ultimi anni in un volume, “Niente stoffe leggere”, da poco uscito in formato digitale per le edizioni Meligrana-Priamo. La prima cosa che colpisce è la compattezza dei contributi di Domenico: nel senso che vi si nota una rigorosa coerenza di fondo che supera agilmente il rischio dell’estemporaneità non estraneo a questo genere di operazioni. Di sicuro, a dare continuità di sguardo e di approccio, sta una formazione critica di primo livello; c’è poi il collante di uno stile che si nutre di un lessico che è squisitamente letterario, in particolare, direi, consoliano.
Calcaterra, forte di un gusto fondato sui grandi modelli (Consolo, dicevo, ma non solo), rovista nella produzione letteraria di oggi, alla ricerca di un tipo di letteratura che non sia “racconto in presa diretta della società” secondo un “mimetismo esasperante” che pare spinto da politiche editoriali, ma che diventi “veicolo di una rivelazione personale che si dischiuda al critico-lettore”. C’è un dibattersi, nelle pagine di Calcaterra, un ribellarsi – sempre finemente argomentato – a un oggi gravato da vizi molteplici: sono tempi, questi, di “risorgente professionismo dell’impegno”, di “conformismo rivoluzionario”, popolati da masse “di lettori telestupefatti”.
In quest’opera di ricerca, come il Lousteau delle Illusioni perdute di Balzac, Calcaterra scarta “tra le stoffe della letteratura quelle meno resistenti”, giacché “la critica è una spazzola che non si può usare sulle stoffe leggere, o si porterebbe via tutto” (questo è appunto Balzac, da cui proviene il titolo efficacissimo); e qui trova forti sintonie con alcuni critici di oggi, come Andrea Caterini, Salvatore Silvano Nigro, Giuseppe Giglio, e soprattutto Massimo Onofri.
Come critico-lettore, Calcaterra rivendica il “desiderio fortissimo di un ricongiungimento, l’appassionato bisogno” di ricondurre la letteratura alla vita; il compito che si pone consiste nello “strappare l’arte, la letteratura, dal proprio orto concluso, in apparenza autoreferenziale”, per “restituirla all’endogeno magma che l’ha generata”. È un percorso a ritroso, un “rifare la strada” (per dirla con Giacomo Debenedetti), un’ermeneutica che diventa, fecondamente, maieutica.
Mi piace insomma come Calcaterra riconduce ogni libro, che sia romanzo o saggio, a un flusso di rimandi e connessioni – ecco, di questo ha bisogno chi scrive: di critici che lo inquadrino non in un genere, ma in una tradizione, che scovino attinenze, che rovistino nella sua inconsapevolezza (sempre abbondante), nella sua cattiva memoria, nel marasma delle sue esperienze, e ne tirino fuori cose. Sempre che ci sia qualcosa da tirar fuori, naturalmente.
(Lo scrivo solo a questo punto: che, tra queste pagine di Domenico, ci sia spazio anche per un pezzo dedicato al mio “A gran giornate”, uscito a suo tempo nel blog letterario “Sul romanzo”, non può che onorarmi.)

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