Domenico Calcaterra è un amico con il
quale condivido da qualche tempo, pur a distanza, passioni letterarie e
argomenti di riflessione. Lo seguo su numerose riviste online, dove i suoi
articoli, mai occasionali, esprimono sempre una ricerca esigente e insieme
fiduciosa, tra le opere pubblicate di recente, di quella sensibilità letteraria
che si distacchi dall’andazzo corrente, che sappia osare anche, che non si
accodi alle mode e alle convenzioni di oggi.
Ora c’è la possibilità di leggere il
corpus delle sue recensioni e dei suoi microsaggi degli ultimi anni in un
volume, “Niente stoffe leggere”, da poco uscito in formato digitale per le
edizioni Meligrana-Priamo. La prima cosa che colpisce è la compattezza dei contributi
di Domenico: nel senso che vi si nota una rigorosa coerenza di fondo che supera
agilmente il rischio dell’estemporaneità non estraneo a questo genere di
operazioni. Di sicuro, a dare continuità di sguardo e di approccio, sta una
formazione critica di primo livello; c’è poi il collante di uno stile che si nutre di un
lessico che è squisitamente letterario, in particolare, direi, consoliano.
Calcaterra, forte di un gusto fondato sui
grandi modelli (Consolo, dicevo, ma non solo), rovista nella produzione letteraria
di oggi, alla ricerca di un tipo di letteratura che non sia “racconto in presa
diretta della società” secondo un “mimetismo esasperante” che pare spinto da
politiche editoriali, ma che diventi “veicolo di una rivelazione personale che
si dischiuda al critico-lettore”. C’è
un dibattersi, nelle pagine di Calcaterra, un ribellarsi – sempre finemente
argomentato – a un oggi gravato da vizi molteplici: sono tempi, questi, di “risorgente professionismo dell’impegno”, di “conformismo
rivoluzionario”, popolati da masse “di lettori telestupefatti”.
In
quest’opera di ricerca, come il Lousteau delle Illusioni perdute di
Balzac, Calcaterra scarta “tra le stoffe della letteratura quelle meno
resistenti”, giacché “la critica è una spazzola che non si può usare sulle
stoffe leggere, o si porterebbe via tutto” (questo è appunto Balzac, da cui proviene
il titolo efficacissimo); e qui trova forti sintonie con alcuni
critici di oggi, come Andrea Caterini, Salvatore Silvano Nigro, Giuseppe
Giglio, e soprattutto Massimo Onofri.
Come critico-lettore, Calcaterra rivendica
il “desiderio fortissimo di un ricongiungimento,
l’appassionato bisogno” di ricondurre la letteratura alla vita; il compito che si pone consiste nello “strappare l’arte, la
letteratura, dal proprio orto concluso, in apparenza autoreferenziale”, per “restituirla
all’endogeno magma che l’ha generata”. È un percorso a ritroso, un “rifare la
strada” (per dirla con Giacomo Debenedetti), un’ermeneutica che diventa, fecondamente, maieutica.
Mi piace insomma come Calcaterra riconduce ogni libro, che sia
romanzo o saggio, a un flusso di rimandi e connessioni – ecco, di questo ha
bisogno chi scrive: di critici che lo inquadrino non in un genere, ma in una
tradizione, che scovino attinenze, che rovistino
nella sua inconsapevolezza (sempre abbondante), nella sua cattiva memoria, nel
marasma delle sue esperienze, e ne tirino fuori cose. Sempre che ci sia qualcosa
da tirar fuori, naturalmente.
(Lo scrivo solo a questo punto: che, tra queste pagine di
Domenico, ci sia spazio anche per un pezzo dedicato al mio “A gran giornate”, uscito a suo tempo nel blog letterario “Sul romanzo”, non può che onorarmi.)


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