sabato 8 giugno 2013

Da "FuoriAsse" n. 7: Fabio Ciriachi, "Le condizioni della luce"

Sul numero 7 della rivista "FuoriAsse", la bella creatura degli amici della Cooperativa Letteraria di Torino, compare un mio pezzo dedicato all'ultimo romanzo di Fabio Ciriachi, "Le condizioni della luce" (Gaffi, 2013), seguito da un'intervista all'autore. Riporto qui la recensione al libro, e rimando alla rivista (eccellente e ricca, come sempre) per l'intervista, in cui Fabio si è mostrato un interlocutore tutt'altro che reticente.


Se i precedenti romanzi di Fabio Ciriachi, “Soprassotto” (Palomar, 2008) e “L’eroe del giorno” (Gaffi, 2010), si avventuravano nei territori della memoria (individuale e collettiva) dei tardi anni cinquanta e poi dei settanta con la velocità di allegretti e andantini, il nuovo “Le condizioni della luce” (Gaffi, 2013) procede malinconico, dolente e anche solenne come un gigantesco adagio. Con i primi due, “Le condizioni” va a comporre una sorta di trilogia (o di suite, per continuare con le allusioni musicali), e conclude la ricognizione sul passato prossimo attraverso un personaggio, la fotografa Alda, che più dei personaggi dei precedenti romanzi (l’Ivan ragazzino di “Soprassotto”, l’Ivan giovane de “L’eroe”) sembra operare un distacco rispetto alle urgenze autobiografiche che hanno sempre dominato la narrativa di Fabio Ciriachi. In lei, cioè, donna, raccontata in terza persona, si ritrovano punti in comune e differenze – tra i primi, di sicuro la pratica della fotografia, tra le seconde ovviamente il genere. Piuttosto, se proprio vogliamo scovare una figura che sembri collegarsi più direttamente alle tematiche dei primi due romanzi, è in Paolo, l’isolato affascinante morente che chiede ad Alda di essere fotografato fino a che la bellezza non lo abbandonerà, che convergono e si decantano le passioni, i furori e i dilemmi di tutta un’epoca, e si risveglia una propensione alla convivialità (anche gastronomica) che era già di Ivan. Lui, Paolo, sembra un Ivan invecchiato, stanco, deluso ma sempre disposto a ragionare sul proprio passato, anche quando questo può far male.
L’interiorità riflessiva e circospetta di Alda domina il romanzo, lo gonfia di pensieri, emozioni, riflessioni e riflessioni sulle proprie emozioni. Noi vediamo davvero gli ambienti attraverso lo sguardo di Alda, osserviamo il via vai degli altri personaggi, ragioniamo con questi, poi, rimasti soli, ragioniamo su quei ragionamenti. È un approccio insieme cauto e sensuale (amoroso) alle cose che non è consueto nella narrativa di oggi, che invece sembra tendere a una velocità tutta cose e fatti, come se dovesse inseguire il cinema (quello d’azione) sul terreno impossibile del dinamismo. Ciriachi, consapevole di trovarsi in controtendenza, rallenta sui minimi gesti, sui singoli battiti di ciglia, su ogni boccone di cui si compone un pranzo o una cena. E come i pranzi e le cene di cui abbonda la sua narrativa richiedono un’attenta elaborazione, così i fatti si snodano con la lentezza che è propria della realtà, e sono preceduti da attese che sono raccontate come attese, cioè momenti ricchi di pensieri e di scenari.
Il carattere contemplativo, oltre che riflessivo, di questo romanzo spicca nelle numerose pagine dedicate alle Selve, la tenuta nascosta in cui si è rifugiato Paolo, e in generale alla campagna aretina. In questo mondo solo all’apparenza fuori dal tempo, solo superficialmente immobile, accadono i fatti più straordinari e si muovono in realtà i personaggi più vitali e trascinanti, come Loredana, la ventenne figlia di contadini che vive quietamente in una sorta di doppia natura, è creatura del mondo che l’ha generata e a cui rimane legata e, trasformata e trasfigurata, è una perfetta creatura notturna di città.
Come e più che in “Soprassotto”, ne “Le condizioni della luce” Ciriachi smazza i piani temporali, alternando i furenti anni settanta con il ripiegarsi degli anni ottanta e con gli anni duemila, osservandoli quasi sempre attraverso lo sguardo di Alda, che prima scopre, poi abbandona, poi riscopre la fotografia come mezzo di esplorazione nella realtà, come metodo di indagine sugli altri e su se stessa. È anche la storia della sua crescita, della maturazione di una vocazione artistica e di una personalità, prima schiacciata da una sorta di dipendenza dagli altri (da altri sbagliati) poi interprete di una raggiunta indipendenza, conquistata attraverso gli altri (gli altri giusti). È, infine, una riflessione pacata e serenamente laica (diciamo stoica) sulla morte, sulla precarietà di ogni cosa, su quanto valga comunque la pena di vivere ogni esperienza nonostante il carattere transeunte del tutto, sulla sapienza regolatrice del caso nel riallacciare fili disfatti, sulla sofferenza come dato ineludibile, sulle numerose piccole strategie per alleviarne gli effetti.

La rivista: http://www.youblisher.com/p/630571-FuoriAsse-7/
Il sito di Cooperativa Letteraria:
 http://www.cooperativaletteraria.it.

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