martedì 24 febbraio 2015

Da "Zibaldoni e altre meraviglie": conversazione con Jean-François Lattarico

Riporto la parte centrale dell'intervista (ma no, conversazione, piuttosto, chiacchierata) con Jean-François Lattarico attorno al Barocco. L'invito, come sempre, è di leggere il testo integrale su "Zibaldoni", e di continuare a seguire questa importante rivista online.

CLAUDIO MORANDINI – Secondo te viviamo in un’epoca ancora disponibile ad accogliere le suggestioni del Barocco? Se vuoi: siamo ancora barocchi? O almeno: c’è ancora del Barocco in noi? Più generalmente: siamo ancora disposti a correre rischi in ambito culturale, come allora? E quali sono i campi dell’espressione artistica in cui ti sembra di cogliere maggiori sintonie con lo sperimentalismo barocco? Una volta, un po’ avventatamente, mi è capitato di accostare il Gruppo 63 alle accademie del Seicento: stavo leggendo contemporaneamente il tuo Busenello. Un théâtre de la rhétorique e Prose dal dissesto di Massimiliano Borrelli, su Antiromanzo e avanguardia degli anni Sessanta, e mi pareva davvero che le intenzioni e le dinamiche interne ai due gruppi fossero equiparabili, sia pure tra tante differenze soprattutto storiche.

JEAN-FRANÇOIS LATTARICO – Senz’altro gli autori del Seicento sono ancora per noi fonte di grande ispirazione. Nel campo della letteratura, infatti, l’accostamento che tu fai mi sembra davvero interessante e secondo me validissimo. Guardacaso, uno studioso di cose secentesche, Guido Arbizzoni, ha proprio intitolato “antiromanzo” un suo saggio su un testo dedicato alla figura di Elena di Troia di un dimenticato scrittore veneziano, Vincenzo Nolfi, autore anche di melodrammi. Era l’epoca in cui le forme erano appunto instabili, un’epoca in cui si mirava alle sperimentazioni stilistiche, all’ibridismo dei generi: un romanzo barocco non è mai solo un romanzo, è nel contempo un saggio, una biografia velata, un’epica in prosa, ecc. Si inventava molto: il virtuosismo poetico di un Leporeo (che coniò a partire dal proprio nome un genere a sé, leporeambo) può stancare, ma è in realtà di una modernità stravolgente, anticipando di tre secoli la cosiddetta autonomia del significante. Per esempio,i famosi “calligrammes” di Apollinaire trovano così degli affascinanti riscontri nei calligrammi di un Guido Casoni, anch’egli accademico Incognito. Nel campo dell’arte, le figure umane geometriche di un De Chirico ricordano quelle di un Giovan Battista Bracelli, che pubblicò le sue stampe (figure umane di latte, con racchette da tennis, e così via) nel lontano 1624… Il Barocco è nato in tempi di grandi sconvolgimenti scientifici, e così è pure la nostra epoca. Credo che l’incremento degli studi e dell’interesse per questo periodo non sia solo dovuto al fatto di voler riportare alla luce pezzi enormi di storia letteraria dimenticata, scrittori o artisti di una genialità controversa. Il Seicento era anche il secolo della dissimulazione (vedi il bellissimo trattato di Torquato Accetto nell’impeccabile edizione di Nigro), della letteratura clandestina e manoscritta, e quindi chicche di grande valore possono ancora venire a galla, fortunatamente per noi studiosi, ma anche per la conoscenza della mente umana che allora era di una plasticità più atta a cogliere le infinite pieghe (il concetto deleuziano del “pli”) delle varie discipline.

CLAUDIO MORANDINI – E nel campo della musica e dell’opera?

JEAN-FRANÇOIS LATTARICO – Mi vengono in mente certe produzioni contemporanee (Perelà o Medeamaterial di Dusapin) che istituiscono lo stesso rapporto di grande adesione della musica rispetto al testo drammatico. Pensa che nel Perelà il compositore ha preso il testo di Palazzeschi senza cambiare una virgola, proprio come fece al suo tempo Monteverdi con il poema del Tasso… Tutto questo per dire che il Barocco ha ancora da insegnarci qualcosa, come se fosse una stella morta, spenta durante tre secoli, ma che continua, nonostante tutto, a mandarci la sua pur affievolita luce.

http://www.zibaldoni.it/2015/02/23/il-barocco-che-e-in-noi/

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