martedì 14 luglio 2015

Da Diacritica n. 3: Carmen Pellegrino

Ci vuole una sensibilità particolare per interrogare le pietre delle case abbandonate come fa Carmen Pellegrino nel romanzo d’esordio, Cade la terra. Attitudine personale, d’accordo, ma anche cultura poetica, frequentazione di quella particolare poesia del ritorno e della nostalgia che nella Nota finale è riassunta in una serie di auctores, tra i quali il primo è Alfonso Gatto (e non stupisce di trovare un mesto cantore in prosa delle «case d’altri» come Silvio D’Arzo). A me sin dalle prime pagine è venuta una reminiscenza che spero non suoni troppo liceale: l’Omero che nei Sepolcri foscoliani viene raccontato come un cieco mendico che erra tra «antichissime ombre, e brancolando… penetra negli avelli, e abbraccia l’urne, e le interroga». Ecco, l’atteggiamento della Pellegrino mi ha subito ricordato quei versi. Lei stessa, nella Nota conclusiva, dice di sé: «Mentre scrivevo, ho recuperato brandelli di memoria dagli spacchi dei muri, dai nascondigli di quelle case lacerate»: abbracciando e interrogando i muri, appunto.
L’interesse per i luoghi abbandonati, e per ciò carichi di storie nascoste, di memorie mute, potrebbe sfociare nel patetismo, o in un bozzettismo rétro. Qui, nel romanzo della Pellegrino, questo rischio è sventato in due modi. Intanto la prosa è lirica, sì, ma di un lirismo sostenuto, nutrito di buona letteratura, privo di cadute e anche di concessioni al facile, al riparo dai rischi del mimetismo (lo si apprezza soprattutto nei dialoghi, che suonano come parafrasi nobilitanti, in un bell’italiano atemporale). Poi l’intrecciarsi dei ricordi, delle storie evocate, è incasellato in una struttura insieme solida e cangiante, espressione di una coralità tenuta sotto controllo: come medium, l’autrice sa a quali voci dare la precedenza, quali zittire, quanto spazio assegnare, quali equilibri creare là dove altrimenti regnerebbe il chiacchiericcio, il caos.
Solidità di struttura, si diceva. A governare il flusso di ricordi dal passato del paese deserto e popolato ormai solo di ombre la Pellegrino pone una narratrice pietosa e paziente, Estella, l’unica voce (l’unico io) a risuonare in tutte le sezioni del romanzo, l’unica designata a commentare, a filtrare, a interrogare. Il suo timbro assume, sezione dopo sezione, un’autorevolezza che ce lo fa confondere con quello dell’autrice. Nell’ultima parte tutti i personaggi si ritroveranno riuniti nella villa di cui Estella è rimasta ultima abitante in qualità di governante, per un banchetto che in realtà è una sorta di festosa seduta spiritica, che sembra finalmente appianare le sofferenze del passato, addolcire i lutti e i rancori e distillare il meglio di tutti i personaggi: in questa parte davvero Estella ci sembra governare la babele delle presenze con sorridente comprensione, con affetto da autrice più che da personaggio. Quegli spettri, quella «folla di invisibili» chiamati «alla luce da un mondo perduto» che tornano al paese abbandonato e si guardano attorno straniti si aggirano in queste ultime pagine come «personaggi in cerca d’autore» al contrario: non manca loro un autore che renda viva fino in fondo la storia, l’autore ce l’hanno, ed è Estella, che tutto sovrintende e tiene deste le memorie e vivi i luoghi; e non sentono il bisogno di mettere in scena ciò che sono stati per dare senso delle loro esistenze, non reclamano petulanti di dare continuità alle loro vite spezzate. Dice anzi Cola Forte, uno dei personaggi evocati alla fine: «Se, come è evidente, avete un gran bisogno di noi, dovreste perlomeno evitare di sottoporci a un continuo processo al quale soccombiamo, senza scampo. Condannateci una volta per tutte… ma liberateci del peso di ciò che non siamo stati».

Estella è tutt’altro che una pazza che si lascia invecchiare tra le rovine e parla con i suoi fantasmi: in lei c’è, forte, netto, un senso di cura che la accomuna all’autrice: «Prendermi cura di questo puro e fittissimo nulla è divenuto un modo di stare al mondo» scrive Pellegrino nella Nota. E subito prima: «Ho tratto dai ruderi una prospettiva capovolta, un invito alla resistenza: ho visto una possibilità nelle cose lasciate a perdersi, nell’inutile». Scoprire la vita clandestina delle case in rovina, dare un nome alle cose che lo hanno perso, ha perciò un senso, è espressione di una humanitas che non si limita al presente ma scava nel passato e pone passato e presente sullo stesso piano.
Nella prima sezione, che potremmo equiparare a un duetto, la voce di Estella si intreccia con quella di Marcello, il rampollo della casa presso cui la prima è stata chiamata come governante. Sono due voci che corrispondono a due mondi sociali privi di reale contatto. Rampollo di una delle tante famiglie gattopardesche del mondo rurale e provinciale del Meridione, Marcello è sprezzante, feroce nella sua alterigia, vendicativo; esercita la sua crudeltà su ciò che non capisce, come la povertà, la fatica, la pena di vivere. Estella lo tallona, lo corregge, prova a smussarne le asperità, a rimediare agli errori, ad aprirgli gli occhi. Nella seconda parte, il racconto si apre alla coralità degli altri abitanti del paese: ci si aspetta che l’autrice conservi la tecnica della polifonia di voci narranti, invece qui sceglie, sorprendendoci un po’ (ma sono sempre sorprese gradite, queste), di narrare in terza persona, con l’eccezione della sola Estella. Ritroviamo personaggi già sfiorati dai racconti precedenti, colpiti dal sarcasmo e dal disprezzo di Marcello o accarezzati dalla compassione di Estella. E ogni loro vita è un intrico di dolori che sembrerebbe meritarsi un romanzo intero.

Concreto come un personaggio è anche il paese, quell’Alento minacciato da sempre da una frana, dietro il quale si nasconde Roscigno Vecchia e la storia della sua ultima abitante. Il paese viene abbandonato, perché la minaccia è diventata pericolo concreto. Gli abbienti andranno a vivere senza rimpianti in ville ancora più belle, in zona sicura; i poveracci si adatteranno dove capita, e lasceranno il paese tardi e a malincuore. Solo Estella rimarrà a vigilare sulla villa, fino a confondersi con essa, a diventare parte della muratura, ombra sulla tappezzeria. Il senso di precarietà trasmesso dalla storia di un intero paese travolto da una catastrofe al rallentatore assume, certo, una valenza allegorica, diventa paradigma di problemi più vasti, di drammi universali. Ma Carmen Pellegrino sa evitare che questo diventi palese, e lascia che al lettore sembri solo un’allusione, o meno di un’allusione.

http://diacritica.it/recensioni/recensione-a-carmen-pellegrino-cade-la-terra.html
http://diacritica.it/wp-content/uploads/Diacritica-I-3-25giugno2015.pdf

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