Ci
vuole una sensibilità particolare per interrogare le pietre delle case
abbandonate come fa Carmen Pellegrino nel romanzo d’esordio, Cade la terra. Attitudine personale,
d’accordo, ma anche cultura poetica, frequentazione di quella particolare
poesia del ritorno e della nostalgia che nella Nota finale è riassunta in una
serie di auctores, tra i quali il
primo è Alfonso Gatto (e non stupisce di trovare un mesto cantore in prosa
delle «case d’altri» come Silvio D’Arzo). A me sin dalle prime pagine è venuta
una reminiscenza che spero non suoni troppo liceale: l’Omero che nei Sepolcri foscoliani viene raccontato
come un cieco mendico che erra tra «antichissime ombre, e brancolando… penetra negli avelli, e abbraccia l’urne, e le interroga». Ecco, l’atteggiamento della Pellegrino mi ha subito
ricordato quei versi. Lei stessa, nella Nota conclusiva, dice di sé: «Mentre
scrivevo, ho recuperato brandelli di memoria dagli spacchi dei muri, dai
nascondigli di quelle case lacerate»: abbracciando e interrogando i muri,
appunto.
L’interesse
per i luoghi abbandonati, e per ciò carichi di storie nascoste, di memorie
mute, potrebbe sfociare nel patetismo, o in un bozzettismo rétro. Qui, nel romanzo della Pellegrino, questo rischio è sventato
in due modi. Intanto la prosa è lirica, sì, ma di un lirismo sostenuto, nutrito
di buona letteratura, privo di cadute e anche di concessioni al facile, al
riparo dai rischi del mimetismo (lo si apprezza soprattutto nei dialoghi, che
suonano come parafrasi nobilitanti, in un bell’italiano atemporale). Poi
l’intrecciarsi dei ricordi, delle storie evocate, è incasellato in una
struttura insieme solida e cangiante, espressione di una coralità tenuta sotto
controllo: come medium, l’autrice sa a quali voci dare la precedenza, quali
zittire, quanto spazio assegnare, quali equilibri creare là dove altrimenti
regnerebbe il chiacchiericcio, il caos.
Solidità
di struttura, si diceva. A governare il flusso di ricordi dal passato del paese
deserto e popolato ormai solo di ombre la Pellegrino pone una narratrice
pietosa e paziente, Estella, l’unica voce (l’unico io) a risuonare in tutte le sezioni del romanzo, l’unica designata
a commentare, a filtrare, a interrogare. Il suo timbro assume, sezione dopo
sezione, un’autorevolezza che ce lo fa confondere con quello dell’autrice.
Nell’ultima parte tutti i personaggi si ritroveranno riuniti nella villa di cui
Estella è rimasta ultima abitante in qualità di governante, per un banchetto
che in realtà è una sorta di festosa seduta spiritica, che sembra finalmente
appianare le sofferenze del passato, addolcire i lutti e i rancori e distillare
il meglio di tutti i personaggi: in questa parte davvero Estella ci sembra
governare la babele delle presenze con sorridente comprensione, con affetto da
autrice più che da personaggio. Quegli spettri, quella «folla di invisibili»
chiamati «alla luce da un mondo perduto» che tornano al paese abbandonato e si
guardano attorno straniti si aggirano in queste ultime pagine come «personaggi
in cerca d’autore» al contrario: non manca loro un autore che renda viva fino
in fondo la storia, l’autore ce l’hanno, ed è Estella, che tutto sovrintende e
tiene deste le memorie e vivi i luoghi; e non sentono il bisogno di mettere in
scena ciò che sono stati per dare senso delle loro esistenze, non reclamano
petulanti di dare continuità alle loro vite spezzate. Dice anzi Cola Forte, uno
dei personaggi evocati alla fine: «Se, come è evidente, avete un gran bisogno
di noi, dovreste perlomeno evitare di sottoporci a un continuo processo al
quale soccombiamo, senza scampo. Condannateci una volta per tutte… ma
liberateci del peso di ciò che non siamo stati».
Estella
è tutt’altro che una pazza che si lascia invecchiare tra le rovine e parla con
i suoi fantasmi: in lei c’è, forte, netto, un senso di cura che la accomuna all’autrice: «Prendermi cura di questo puro e
fittissimo nulla è divenuto un modo di stare al mondo» scrive Pellegrino nella
Nota. E subito prima: «Ho tratto dai ruderi una prospettiva capovolta, un
invito alla resistenza: ho visto una possibilità nelle cose lasciate a
perdersi, nell’inutile». Scoprire la vita clandestina delle case in rovina, dare
un nome alle cose che lo hanno perso, ha perciò un senso, è espressione di una humanitas che non si limita al presente
ma scava nel passato e pone passato e presente sullo stesso piano.
Nella
prima sezione, che potremmo equiparare a un duetto, la voce di Estella si
intreccia con quella di Marcello, il rampollo della casa presso cui la prima è
stata chiamata come governante. Sono due voci che corrispondono a due mondi
sociali privi di reale contatto. Rampollo di una delle tante famiglie gattopardesche
del mondo rurale e provinciale del Meridione, Marcello è sprezzante, feroce
nella sua alterigia, vendicativo; esercita la sua crudeltà su ciò che non
capisce, come la povertà, la fatica, la pena di vivere. Estella lo tallona, lo
corregge, prova a smussarne le asperità, a rimediare agli errori, ad aprirgli
gli occhi. Nella seconda parte, il racconto si apre alla coralità degli altri
abitanti del paese: ci si aspetta che l’autrice conservi la tecnica della
polifonia di voci narranti, invece qui sceglie, sorprendendoci un po’ (ma sono
sempre sorprese gradite, queste), di narrare in terza persona, con l’eccezione
della sola Estella. Ritroviamo personaggi già sfiorati dai racconti precedenti,
colpiti dal sarcasmo e dal disprezzo di Marcello o accarezzati dalla compassione
di Estella. E ogni loro vita è un intrico di dolori che sembrerebbe meritarsi
un romanzo intero.
Concreto
come un personaggio è anche il paese, quell’Alento minacciato da sempre da una
frana, dietro il quale si nasconde Roscigno Vecchia e la storia della sua
ultima abitante. Il paese viene abbandonato, perché la minaccia è diventata
pericolo concreto. Gli abbienti andranno a vivere senza rimpianti in ville
ancora più belle, in zona sicura; i poveracci si adatteranno dove capita, e
lasceranno il paese tardi e a malincuore. Solo Estella rimarrà a vigilare sulla
villa, fino a confondersi con essa, a diventare parte della muratura, ombra
sulla tappezzeria. Il senso di precarietà trasmesso dalla storia di un intero
paese travolto da una catastrofe al rallentatore assume, certo, una valenza
allegorica, diventa paradigma di problemi più vasti, di drammi universali. Ma Carmen
Pellegrino sa evitare che questo diventi palese, e lascia che al lettore sembri
solo un’allusione, o meno di un’allusione.
http://diacritica.it/recensioni/recensione-a-carmen-pellegrino-cade-la-terra.html
http://diacritica.it/wp-content/uploads/Diacritica-I-3-25giugno2015.pdf
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