Come cani, il recente romanzo di Pierre Lepori pubblicato in
italiano da Effigie, è costituito da due parti. Più distesa, ampia,
crepuscolare la prima, in cui si racconta di Thomas, fotografo di successo ma
di temperamento solitario, che raggiunge Caterina, la sorella gravemente malata
in montagna, in una casa in cui lei si è rintanata ad aspettare l’aggravarsi
della malattia traducendo Emily Dickinson. Sono pagine tutte sguardi,
delicatezze, scoperte, in cui l’attenzione di Thomas è catturata da un ambiente
a lui estraneo, che viene perlustrato con scrupolo, e alla fine accettato e
abitato. Allo stesso tempo, Thomas, con l’affettuosa complicità della sorella,
parte all’esplorazione del proprio passato familiare; e si lega d’amicizia con
alcuni abitanti del luogo, tutti un po’ marginali, ognuno a modo suo: il
giovanotto soprannominato Mork, il medico Marc, pochi altri. La montagna che
circonda, racchiude e avvolge ognuno di loro, condizionandone le vite, è
descritta con bella attenzione ai contrasti di luce, è massa incombente,
limite, chiusura; nasconde, a ben vedere, bellezze scabre, che Thomas coglie
prima con l’occhio dell’artista sempre in cerca di dettagli, poi con lo stupore
dell’uomo dinanzi alla grandezza di qualcosa che gli sfugge. Fotografare è per
lui «un modo di proteggersi, di sapere che gli istanti non sono il nulla, ma
corrono verso il nulla»: dietro l’obiettivo, Thomas si sente protetto da una
disciplina che rende accettabile la deriva della vita, la rende «programmata,
raramente insidiata dall’incertezza, dall’orrore delle cose che vengono come
vengono, degli esseri incomprensibili. Priva di violenza.» Anche lo stile di
Lepori è naturalmente fotografico: l’autore sa, come il suo protagonista,
evidenziare il dettaglio giusto, rivelatore, sfocando ciò che sta attorno, sa
inquadrare il paesaggio con esattezza di taglio, sa soprattutto dosare le
ombre, spandendone in abbondanza.
A un certo punto, con
l’esaurirsi di quest’effetto rassicurante della fotografia (dell’arte) che si è
mantenuta in tutta la prima parte del romanzo, si precipita nella seconda
parte, assai più breve e anche, intuiamo, più importante per l’autore. Qui
accade tutto quello a cui nella prima parte si è alluso, qui i ricordi più
dolorosi prendono forma. Ci scappa anche il morto, e per qualche pagina la
storia, come suol dirsi, si tinge di giallo: una giovane viene trovata uccisa, e
viene sospettato Mork, che soffre, incompreso, della sindrome di Asperger.
Soprattutto, questa è la parte in cui emerge dal passato sempre più vivido il
ricordo del suicidio di Alex, figura ispirata al pacifista sudtirolese
Alexander Langer. Qui la sofferenza di Thomas trova un accomodamento in una
morte cercata, alla quale sopravvivrà il saggio sulla fotografia su cui Thomas
ha lavorato nel corso di tutto il romanzo.
La parte più importante,
si diceva, è questa; ma noi le preferiamo la prima, per quel senso di mistero
che la pervade e il pudore con cui i personaggi manifestano i loro sentimenti e
tacciono i loro segreti, restando in attesa.

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