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venerdì 15 aprile 2016

Da Fuori Asse: Pierre Lepori


Come cani, il recente romanzo di Pierre Lepori pubblicato in italiano da Effigie, è costituito da due parti. Più distesa, ampia, crepuscolare la prima, in cui si racconta di Thomas, fotografo di successo ma di temperamento solitario, che raggiunge Caterina, la sorella gravemente malata in montagna, in una casa in cui lei si è rintanata ad aspettare l’aggravarsi della malattia traducendo Emily Dickinson. Sono pagine tutte sguardi, delicatezze, scoperte, in cui l’attenzione di Thomas è catturata da un ambiente a lui estraneo, che viene perlustrato con scrupolo, e alla fine accettato e abitato. Allo stesso tempo, Thomas, con l’affettuosa complicità della sorella, parte all’esplorazione del proprio passato familiare; e si lega d’amicizia con alcuni abitanti del luogo, tutti un po’ marginali, ognuno a modo suo: il giovanotto soprannominato Mork, il medico Marc, pochi altri. La montagna che circonda, racchiude e avvolge ognuno di loro, condizionandone le vite, è descritta con bella attenzione ai contrasti di luce, è massa incombente, limite, chiusura; nasconde, a ben vedere, bellezze scabre, che Thomas coglie prima con l’occhio dell’artista sempre in cerca di dettagli, poi con lo stupore dell’uomo dinanzi alla grandezza di qualcosa che gli sfugge. Fotografare è per lui «un modo di proteggersi, di sapere che gli istanti non sono il nulla, ma corrono verso il nulla»: dietro l’obiettivo, Thomas si sente protetto da una disciplina che rende accettabile la deriva della vita, la rende «programmata, raramente insidiata dall’incertezza, dall’orrore delle cose che vengono come vengono, degli esseri incomprensibili. Priva di violenza.» Anche lo stile di Lepori è naturalmente fotografico: l’autore sa, come il suo protagonista, evidenziare il dettaglio giusto, rivelatore, sfocando ciò che sta attorno, sa inquadrare il paesaggio con esattezza di taglio, sa soprattutto dosare le ombre, spandendone in abbondanza.
A un certo punto, con l’esaurirsi di quest’effetto rassicurante della fotografia (dell’arte) che si è mantenuta in tutta la prima parte del romanzo, si precipita nella seconda parte, assai più breve e anche, intuiamo, più importante per l’autore. Qui accade tutto quello a cui nella prima parte si è alluso, qui i ricordi più dolorosi prendono forma. Ci scappa anche il morto, e per qualche pagina la storia, come suol dirsi, si tinge di giallo: una giovane viene trovata uccisa, e viene sospettato Mork, che soffre, incompreso, della sindrome di Asperger. Soprattutto, questa è la parte in cui emerge dal passato sempre più vivido il ricordo del suicidio di Alex, figura ispirata al pacifista sudtirolese Alexander Langer. Qui la sofferenza di Thomas trova un accomodamento in una morte cercata, alla quale sopravvivrà il saggio sulla fotografia su cui Thomas ha lavorato nel corso di tutto il romanzo.

La parte più importante, si diceva, è questa; ma noi le preferiamo la prima, per quel senso di mistero che la pervade e il pudore con cui i personaggi manifestano i loro sentimenti e tacciono i loro segreti, restando in attesa.


sabato 8 novembre 2014

Da Fuori Asse n. 12: Elio Grasso, "Il cibo dei venti"

Elio Grasso
“Il cibo dei venti”
Effigie, 2014
Italo Calvino, a proposito dell’opera del ligure Francesco Biamonti, e in particolare de “L’angelo di Avrigue”, parlava di “romanzi-paesaggio”, distinguendoli dai “romanzi-ritratto”. La definizione calza alla perfezione anche per questo libro di Elio Grasso, che alla narrazione di Biamonti, inquieta e sospesa, carica di silenzi eppure concretissima di cose, si collega idealmente.
Elio Grasso si accosta al romanzo con delicatezza e prudenza: il suo è un vedere da poeta, un soffermarsi sui lati nascosti delle cose, un lavorare sulla forza evocativa delle parole. Bussa al romanzo, dunque, prima di entrarvi: e una volta dentro, ci si muove con attenzione, preoccupato, si direbbe, di strafare, o di rompere qualcosa. Il suo romanzo è una casa isolata: e in una casa isolata, non grande, ma a modo suo accogliente, un po’ nascosta, immersa nella vegetazione ligure dei cui forti aromi si è impregnata, come la prosa di Grasso si è impregnata delle asprezze e delle schiettezze della tradizione letteraria ligure (oltre al citato Biamonti, ecco l’inevitabile Montale, di cui Grasso sembra riprendere la determinazione a repertoriare la realtà sensibile e il gusto per le dissonanze, fino a Nico Orengo), è ambientata gran parte delle vicende narrate. È una casa silenziosa, in cui si vive lentamente ogni giorno e si parla poco, ma quel che si dice è importante, come lo sono (sempre) i suoni che vengono dall’esterno, che rimandano al brulicare della natura di fuori, viva e affaccendata. Una casa inerpicata in alto, nella Liguria che diventa montagna subito dopo essere stata costa: e la presenza del mare, laggiù, costante, negli odori, nei colori, nelle abitudini e nelle economie di ogni giorno, anche se non sempre è visibile.
“Nelle crepe dei mattoni calcinati c’è il mondo di qua, in miniatura. Potrebbe sembrare l’impronta di quello grande, ma non è così. Appartato, gentile, contiene tutto quel che serve, nomi compresi, a preservare se stesso, a continuarne la storia oltre il caos.” Poche cose dentro le stanze dipinte di bianco: libri, fotografie, attrezzi da lavoro. La casa risuona invece di ricordi confusi, da ricostruire: i genitori, il passato familiare connesso con la storia collettiva, la figura sfuggente del padre, silenzioso, solido in un’epoca di paure e pericoli. Riavvicinarsi alla figura del padre significa non solo recuperarne i ricordi, ma anche riviverne i gesti, riscoprirne la nascosta vitalità, il saldo rapporto con le cose, con l’orto – ma anche rispettarne i silenzi e i segreti, riassaporandoli di lato, con la stessa curiosità inappagata del bambino.
Questa meditazione in prosa sul tempo che scorre, sui ricordi che sfuggono, i sogni che si fanno insistenti, il bisogno di sapori semplici e di affetti puri – questa meditazione diventa romanzo quando dall’esterno si affaccia la storia con i suoi lampi di violenza, e quando preme la necessità di ricostruire parti sconnesse della memoria familiare. Allora all’io narrante non bastano più gli amici che andando avanti e indietro lo connettono con il mondo esterno (Bechir, lo spacciatore affabulatore che verrà ucciso, Alex, Mita, con cui il narratore vive frammenti di una passione, il figlio di lei, e poi don Daniele, e ancora un amico lontano che vive in pianura e gli invia lettere): il protagonista deve partire in treno, andare a cercare una cugina di cui non sa più nulla, figlia di uno zio dai trascorsi violenti. E qui, in queste pieghe del racconto, si intravedono le ragioni del suo esilio in questa parte nascosta di mondo, il suo ostinato contentarsi di cose semplici e forti, in una solitudine quasi piena, in cui l’orto è una terapia per dolori che restano inespressi, ma che sentiamo covare.

C’è un’altra terapia, a dire il vero, enunciata qua e là con parsimonia: ed è quella della scrittura. “La vita migliora con molti modi, oltre alla poesia ci sono i gesti che preparano il cibo. / Già, la poesia. Da quanto vi ho rinunciato?” “Intanto mi concentro su poche parole, quelle che scriverò.” In questi richiami alla scrittura, Elio Grasso resta poeta: e la lezione della poesia, adattata con naturalezza alla forma del romanzo, la si avverte nella cura delle parole, certo, ma soprattutto nell’attenzione al ritmo, alle pause, negli a capo intensi come respiri, nel dosaggio dei silenzi, nel senso di racconto come confidenza, a bassa voce, nel pudore anche, se volete nella ritrosia un po’ ruvida di chi vuole condividere una ricerca ma non vorrebbe imporla, non vorrebbe declamarla.

mercoledì 25 giugno 2014

Da Letteratitudine News: Walter Nardon, "Sibber"

“Sibber” di Walter Nardon (Effigie, 2014) è uno strano romanzo in cui sembra non accadere nulla, e invece accadono molte cose, tutte importanti come lo sono le cose che danno colore e qualità alla vita delle persone comuni. Sibber è per l’appunto un uomo comune che ha superato la mezz’età e di cui all’inizio non sappiamo gran che, se non che ha attirato l’attenzione dell’io narrante per una certa sua capacità di stare al mondo, di misurarlo e impreziosirlo con la grazia dei gesti e delle parole. A lui l’io narrante chiede all’inizio di partecipare a un esperimento: portare una valigia attraverso un certo percorso cittadino e farsi osservare da una certa distanza. Lo “studio” – tra la curiosità del sociologo, dell’antropologo, e quella dell’artista, o del bambino – non sembra avere altro scopo, ma finisce per confermare le qualità di Sibber, qualità sovrumane e insieme comuni, come quella di dare senso agli oggetti che tocca, agli ambienti che visita. La seconda parte del romanzo si sofferma sui preparativi di un adeguato ringraziamento per l’opera prestata da Sibber – preparativi che coinvolgono Helga, la donna quieta e curiosa con cui l’io narrante ha una relazione, la sorella di lei, il ragazzo della sorella, e che si concretizzeranno in un pomeriggio a casa di Sibber, il quale si rivela, assieme alla moglie, anche artista. Mi rendo conto, a questo punto, che il semplice riassunto rischia di non trasmettere il valore di questo romanzo, che non sta nell’intreccio, ma piuttosto nella fuga dall’intreccio, nella dimensione contemplativa che carica di un senso particolare oggetti comuni, gesti consueti e vite modeste. Restiamo anche noi affascinati, come l’io narrante, a osservare i semplici eppure fondamentali gesti di Sibber, e ci sentiamo colti dal presentimento di una rivelazione – laica, modesta, anche dimessa, ma non meno importante – che anche nella nostra vita, anche nella più quieta e ritrosa, sia possibile toccare momenti di felicità pura, in cui tutto acquisisce equilibrio e armonia, e gli screzi e i dissapori del mondo sfocano, le malinconie si ridimensionano, le angosce possono essere accolte come piccole irregolarità all’interno di un mondo di sostanziale bellezza.
La luminosità di Sibber, il suo potere “festivizzante”, contagia anche coloro che sono in contatto con lui, anche, per dire, il cane, un bassotto che sembra attraversare il mondo (cioè la cittadina senza nome in cui si svolgono le vicende) con la stessa “dignità onesta e dimessa” del padrone: “Per lui, come per Sibber, non esisteva una situazione, ma solo il progressivo venire in luce di una materia oscura che si animava”.
“Sibber era davvero eccezionale” annota il narratore, incantato. “Avanzava con un passo quasi signorile, ben lontano da quello del facchino che aveva pensato di sentirsi quando gli avevo assegnato l’incarico”. Egli porta quella valigia come se fosse sempre stata sua, come se ne conoscesse il contenuto, come se rivivesse la quotidianità in una dimensione di quieta eccezionalità: “Credo che in quel momento la sua fantasia sia riuscita a concepire che la normalità, vissuta nella sua dimensione più comune, è la dimensione nella quale si celano un po’ tutti i misteri”. Ogni oggetto da lui toccato reca in sé per sempre “la sua impronta, un’impronta augurale”.
L’autorevolezza di Sibber, “autore definitivo di gesti quotidiani”, nel compiere le azioni più elementari e nel caricarle di un significato straordinario, secondo una sua “modalità estremamente misurata e insieme incredibilmente disinvolta”, porta le cose oltre i loro confini comuni, le rende “memorabili”. “Sibber poteva rendere esemplare e memorabile perfino il gesto di aprire una porta” ci dice il narratore; “preso in mano un oggetto sapeva scorgerne, in maniera misteriosa, la storia della materia”.
Il personaggio di Sibber (intendiamoci, sgombriamo il campo da un possibile equivoco) non sembra caricato di un’accezione allegorica – non è una figura cristologica, grazie a Dio, e nemmeno, che so, angelica; il suo potere epifanico, più modestamente e anche più significativamente, è legato a questo mondo, non rimanda ad altro che alla scoperta delle cose nella loro bellezza. È, come riconosce più volte l’io narrante, un “collaudatore” di oggetti incredibilmente dotato, dai gesti di eleganza rara, dalla capacità “festivizzante”. Che sia solo un uomo lo si coglie anche dalle increspature (lievi, e sempre da lui affrontate con garbo e pudore) della sua vita familiare e affettiva. E non si dimentichi che a caricare Sibber di doti così rilevanti è la voce (chissà quanto attendibile) di un narratore (uno che dice subito di sé “io mi butto via ogni giorno”) dominato da talune ossessioni e in cerca di rassicuranti risposte (anche filosofiche, ma di una filosofia tutta pratica, tutta cose) alla perdita di senso della realtà che gli si sfilaccia tra le dita. Giunti alla fine possiamo anzi chiederci se Sibber sia davvero dotato di quelle qualità o se, semplicemente, abbia assecondato con paziente disponibilità le richieste maniacali di un narratore evidentemente non sereno. Ma questo suo potere siamo riusciti a vederlo (a sentirlo) chiaramente anche noi nel procedere della lettura, e la vicinanza di Sibber ha finito per sembrarci desiderabile e credibile come lo era per il narratore.
Con uno stile terso, che aspira a usare le parole con lo stesso aggraziato rispetto con cui Sibber tocca gli oggetti e rende migliori gli uomini, Walter Nardon racconta questa ricerca di un senso – incantevole per la presenza rasserenante di Sibber, ma anche commovente quando ci riconosciamo negli scrupoli ossessivi con cui il narratore affronta ogni cosa, anche la meno impegnativa. A ben pensarci, e per concludere, questo romanzo non è la storia di Sibber, ma di chi gli attribuisce una sorta di forza salvifica e attraverso lui (attraverso ricostruzione che ne fa) trova una collocazione più serena tra le cose di questa vita e una direzione meno peregrina al suo vagare per gli spazi del mondo.
http://letteratitudinenews.wordpress.com/2014/06/25/sibber-di-walter-nardon/