venerdì 15 aprile 2016

Da Letteratitudine: Elogio del gatto


È da ieri in libreria l'Elogio del gatto di Stéphanie Hochet (Voland, traduzione di Roberto Lana). Ne approfitto per riprendere, con qualche modifica, il pezzo scritto per Letteratitudine News in occasione dell'uscita dell'edizione francese (Léo Scheer, 2014).

Questo breve trattato di Stéphanie Hochet non è e non vuole essere un libro sui gatti. È, prima di tutto, un saggio sul rapporto tra gli uomini e i gatti, sull’immagine che i secondi hanno assunto presso i primi, sul portato allegorico di cui hanno finito per caricarsi. Si presenta, in sostanza, come una riflessione sulla “gattitudine”, vale a dire su un modo di vedere e interpretare il mondo e di agire, di vivere insomma, giocato tra poli estremi (stasi-agitazione, dolcezza-ferocia, calcolo-giocosità, e potremmo continuare) che trovano una loro sintesi nel concetto avvolgente di flessibilità, un modus che possiamo trovare non solo tra i felini, ma anche presso alcuni uomini di eccezionale levatura (vengono fatti i nomi di Mazzarino e Richelieu, di Bonaparte).
Il gatto, proprio per l’inafferrabilità della sua natura ora domestica ora selvatica si presta a diventare metafora di realtà assai diverse: come emblema di libertà è equiparabile all’artista, all’anticonformista; politicamente – diciamo così – potrebbe interpretare (e lo fa, in effetti) ruoli sia da anarchico sia da tiranno (da salotto o da cortile, ma pur sempre tiranno), o, sfidando la logica, entrambi assieme; è creatura incline alla visceralità e alla sensualità, ergo è considerato (oscuramente o meno) a dominante femminile, anche quando è maschio (e, come femmina, è oggetto di innamoramenti improvvisi, di passioni brucianti).
Non fermiamoci qui, perché le analogie tra gatti e umani vanno oltre, nel saggio della Hochet. Lei stessa si muove gattescamente, nella trattazione della materia: sfodera un’amabilità alla Diderot, gioca con gli stilemi propri del discorso erudito, passeggia (con un passo felpato, con allure sorniona) come se divagasse, e in effetti divaga spesso, ama le piccole digressioni, la flânerie tra le citazioni preziose, ma lo fa, oltre che perché deliziata dall’oggetto delle sue ricerche, per ossequio (ironico, virgolettato) nei confronti dei generi illustri e antichi di elogio, l’Encomio, il Panegirico.
Arrivati all’ultimo capitolo del trattatello (“Le Dieu”), scopriamo che quel divagare sia confidenziale sia erudito è in realtà un crescendo, un climax argomentativo e retorico architettato fin dall’inizio. Il gatto è (come) Dio, è un dio: possiede le medesime qualità, prima fra tutte la capacità di non manifestarsi, di scomparire. L’apoteosi è, alla lettera, compiuta, grazie a un’efficace contaminazione tra ciò che i gatti sono nella realtà e ciò che sono diventati nell’immaginazione degli uomini (in particolare tra le pagine della letteratura). Tutto è coerente con questa conclusione, al punto che anche il lettore più raziocinante e meno attirato dai gatti può ammettere che sì, il ragionamento fila, il gatto è davvero qualcosa di molto simile a un dio.

Dal momento che l’Elogio del gatto è essenzialmente un trattato (elegantemente sofistico) sulla natura umana, e non un manuale sui felini domestici, e tantomeno uno di quei libri melensi destinati agli amanti dei gatti, non tratta tutto dell’argomento: cita sì antiche persecuzioni e pure processi, che tra l’altro equiparano i gatti agli uomini, ma ad esempio sceglie di non parlare degli interventi di selezione operati nei secoli sui gatti dagli umani secondo i gusti dell’epoca e i capricci estetici del momento; e non accenna alla pratica della castrazione, nemmeno nel penultimo capitolo, quello dedicato al gatto grasso, che non è mai, nel discorso della Hochet, un eunuco impigrito e rassegnato o dimentico, ma un uomo di potere, un tiranno che l’adipe ha reso carismatico.  


Sentiamo che Stéphanie Hochet ama i gatti – sentiamo anzi che li ammira, per le ragioni che abbiamo provato a enunciare. In queste pagine terse e raffinate sentiamo anche che il gatto si aggira causando negli animi e nei rapporti quegli sconquassi che nei romanzi Stéphanie tende ad attribuire a figure umane, preferibilmente adolescenti. Il gatto è, per natura e a pieno diritto, uno dei suoi personaggi, e, a giudicare dagli effetti che continua a provocare nelle vite di molti di noi, uno dei più potenti.

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