Luigi Magnani
“Il nipote di Beethoven”
Endemunde,
2015
Dobbiamo alla casa
editrice Endemunde l’opportuna ristampa de “Il nipote di Beethoven”, romanzo di
Luigi Magnani che nel 1972 ha conquistato il premio Strega. Magnani travasa
nella forma del romanzo la sua fine competenza di studioso di musica colta e in
particolare di Beethoven, ma sceglie di raccontare gli anni difficili e
avvelenati del rapporto tra Ludwig e il nipote Karl attraverso la voce di
quest’ultimo. E dunque di musica, nel senso più stretto del termine, ce n’è
poca, in questo denso romanzo, perché Karl sembra indifferente ad essa, e quando
coglie l’illustre zio alle prese con i dilemmi della composizione pare non
capire, come se si trovasse dinanzi alle elucubrazioni di un pazzo o almeno di
un eccentrico.
Beethoven ci è mostrato
mentre martella come un fabbro sul pianoforte, con una violenza che può ricordare
lo Stravinskij alle prese con le armonie del “Sacre du printemps”; o mentre,
assorto, elucubra e canticchia ostinatamente un motivo scarabocchiato su un
foglio, da cui cerca di estrarre una forma, uno sviluppo, e intanto batte il ritmo
con i piedi, incurante del resto. È un ritratto assai poco indulgente del
musicista, che combatte contro la sordità sempre più grave e cocciutamente rincorre
un’idea di musica dietro la quale nessuno sembra volerlo seguire, fatta di
cellule materiche, di ritmi tellurici che miracolosamente conducono alle
vertigini del sublime. Analogamente, le sue passeggiate nella campagna lontano
da Vienna seguono percorsi imprevisti, a un passo forsennato, con un’impazienza
ferina – qui, come un Robert Walser rimuginante, si perde per ore, concentrato
dietro a pensieri che nessuno potrà conoscere (certo non Karl, oscillante tra
una pietà di maniera e un desiderio di emancipazione molto adolescenziale).
A disposizione
dell’autore, oltre a vasta esperienza nella ricostruzione di ambienti e nella
definizione degli aspetti più propriamente musicali, vi sono i “Quaderni di
conversazione” che il grande compositore ha lasciato e con cui era solito
comunicare con gli ospiti: molti dialoghi prendono spunto o citano a piene mani
da quel che rimane di quei quaderni, in cui i contrasti con il nipote Karl
rappresentano uno dei temi più controversi. Magnani li ha studiati a fondo, ne
ha scritto anche in altre occasioni, congetturando sul contenuto di quelli
scomparsi e sui responsabili di tale sparizione.
Che cosa spinge Beethoven
a occuparsi di Karl, a strapparlo alla tutela della madre, ad assillarlo con
continui rimproveri, a spostarlo da un istituto all’altro nel tentativo di
domarne il temperamento ribelle, la vischiosa amoralità? L’attuale editore del
romanzo di Magnani insiste, nella quarta di copertina, su un atteggiamento
ambiguo del compositore, parla di “tormentata relazione, intessuta di zuffe e
tenerezze”, “soffocanti molestie”, “passione”, addirittura (lo si legge sulla
copertina) di “ambigua passione senile”. Non ce la sentiamo di stare a questo
gioco editoriale fino in fondo: dalla lettura del romanzo si trae un’altra
impressione, quella di uno scontro sanguinoso tra due personalità
inconciliabili, quella di un progetto educativo perentorio, che naufraga per
mancanza di materia prima. Beethoven nutre l’ambizione smodata di fare del
nipote una sorta di capolavoro morale, che rispecchi i più alti ideali a cui
lui stesso, il compositore, si ispira per le sue più audaci architetture
musicali: e per ottenere questo capolavoro è necessario operare in orgogliosa
solitudine, in un rapporto strettissimo ed esclusivo tra maestro e allievo. Ma
Karl è incline al divertimento, alle amicizie promiscue, è incostante e
instabile, moralmente fiacco, pronto alla dissimulazione con chiunque, insensibile
all’arte, incapace di legarsi a un luogo o a una persona, soprattutto – si
direbbe – incapace di provare rimorso. Un vero epigono delle “Liaisons
dangereuses”, in effetti, di cui a un certo punto ripercorre in chiave minore
il gioco crudele, incerto tra il ruolo di vittima e quello di carnefice.
Beethoven consuma tutte le sue energie nella realizzazione del suo capolavoro
pedagogico da questo materiale umano così restio, elabora tutte le strategie
possibili, dalla lusinga al ricatto, dall’offesa all’incoraggiamento: insegue
il nipote fin dove può, lo spia, gli impone amicizie e abbandoni, ne condiziona
il più possibile le scelte. Ora come un Napoleone muove alla conquista dell’animo
di Karl, ne vuole espugnare la vita imponendosi come unico sovrano (salvo
battere in ritirata come dopo una campagna militare tramutatasi in rotta
rovinosa); ora come una vecchia madre – più che come un amante – si ritira in
sdegnosa solitudine quando Karl lo delude o lo respinge. È appassionato
nell’espressione dei suoi affetti, come è terribile e ricattatorio in quello
della sua delusione o del risentimento – e qui, nell’iperbole continua dei
sentimenti, sentiamo sia l’esorbitante grandezza del genio sia lo stile comunicativo
del tempo.
Lo ritroviamo alla fine, Ludwig,
distrutto dalla fatica, amareggiato per il fallimento, incapace di contentarsi
di quel poco che ha ottenuto dal nipote (un prudente affetto a distanza, spartito
con altre figure ostili), malato e isolato anche per effetto della sordità.
Quanto a Karl, ha trovato finalmente una sorta di paradossale libertà nella
vita militare, e dall’alto di questa raggiunta sicurezza può ripercorrere nella
finzione del romanzo la sua lunga relazione con lo zio, eludendo i contrasti
più dilanianti e gli episodi fonte di maggiore imbarazzo.
Nella breve e illuminante
“Nota dell’autore” che apre il romanzo, Magnani concede una preziosa chiave di
lettura, quando, riprendendo il titolo “Quasi una fantasia” della beethoveniana
Sonata op. 27 n. 2 (quella detta anche “Chiaro di luna”), ci parla
dell’equilibrio prodigioso ottenuto da Beethoven nel conciliare «il rigore
razionale della forma» con «il fremito dell’ispirazione». “Quasi una fantasia”,
appunto: un movimento controllato e insieme prodigo di svolte impreviste,
un’architettura non convenzionale, una forma che si determina da sé, volta per
volta. Qui cogliamo la definizione calzante per tutto il Beethoven maggiore, e
in generale per tutto quel romanticismo musicale soprattutto mitteleuropeo che
tanto gli deve. Allo stesso tempo, sentiamo che Magnani sta definendo il suo
romanzo, che insegue un’«intima coesione» «nell’apparente intreccio casuale
degli eventi», e alla fine «ricompone le parti mancanti, condizionandole all’armonia
del tutto, come in una mutila polifonia».


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