martedì 5 aprile 2016

Da Letteratitudine: Luigi Magnani

Luigi Magnani
“Il nipote di Beethoven”
Endemunde, 2015

Dobbiamo alla casa editrice Endemunde l’opportuna ristampa de “Il nipote di Beethoven”, romanzo di Luigi Magnani che nel 1972 ha conquistato il premio Strega. Magnani travasa nella forma del romanzo la sua fine competenza di studioso di musica colta e in particolare di Beethoven, ma sceglie di raccontare gli anni difficili e avvelenati del rapporto tra Ludwig e il nipote Karl attraverso la voce di quest’ultimo. E dunque di musica, nel senso più stretto del termine, ce n’è poca, in questo denso romanzo, perché Karl sembra indifferente ad essa, e quando coglie l’illustre zio alle prese con i dilemmi della composizione pare non capire, come se si trovasse dinanzi alle elucubrazioni di un pazzo o almeno di un eccentrico.
Beethoven ci è mostrato mentre martella come un fabbro sul pianoforte, con una violenza che può ricordare lo Stravinskij alle prese con le armonie del “Sacre du printemps”; o mentre, assorto, elucubra e canticchia ostinatamente un motivo scarabocchiato su un foglio, da cui cerca di estrarre una forma, uno sviluppo, e intanto batte il ritmo con i piedi, incurante del resto. È un ritratto assai poco indulgente del musicista, che combatte contro la sordità sempre più grave e cocciutamente rincorre un’idea di musica dietro la quale nessuno sembra volerlo seguire, fatta di cellule materiche, di ritmi tellurici che miracolosamente conducono alle vertigini del sublime. Analogamente, le sue passeggiate nella campagna lontano da Vienna seguono percorsi imprevisti, a un passo forsennato, con un’impazienza ferina – qui, come un Robert Walser rimuginante, si perde per ore, concentrato dietro a pensieri che nessuno potrà conoscere (certo non Karl, oscillante tra una pietà di maniera e un desiderio di emancipazione molto adolescenziale).

A disposizione dell’autore, oltre a vasta esperienza nella ricostruzione di ambienti e nella definizione degli aspetti più propriamente musicali, vi sono i “Quaderni di conversazione” che il grande compositore ha lasciato e con cui era solito comunicare con gli ospiti: molti dialoghi prendono spunto o citano a piene mani da quel che rimane di quei quaderni, in cui i contrasti con il nipote Karl rappresentano uno dei temi più controversi. Magnani li ha studiati a fondo, ne ha scritto anche in altre occasioni, congetturando sul contenuto di quelli scomparsi e sui responsabili di tale sparizione.
Che cosa spinge Beethoven a occuparsi di Karl, a strapparlo alla tutela della madre, ad assillarlo con continui rimproveri, a spostarlo da un istituto all’altro nel tentativo di domarne il temperamento ribelle, la vischiosa amoralità? L’attuale editore del romanzo di Magnani insiste, nella quarta di copertina, su un atteggiamento ambiguo del compositore, parla di “tormentata relazione, intessuta di zuffe e tenerezze”, “soffocanti molestie”, “passione”, addirittura (lo si legge sulla copertina) di “ambigua passione senile”. Non ce la sentiamo di stare a questo gioco editoriale fino in fondo: dalla lettura del romanzo si trae un’altra impressione, quella di uno scontro sanguinoso tra due personalità inconciliabili, quella di un progetto educativo perentorio, che naufraga per mancanza di materia prima. Beethoven nutre l’ambizione smodata di fare del nipote una sorta di capolavoro morale, che rispecchi i più alti ideali a cui lui stesso, il compositore, si ispira per le sue più audaci architetture musicali: e per ottenere questo capolavoro è necessario operare in orgogliosa solitudine, in un rapporto strettissimo ed esclusivo tra maestro e allievo. Ma Karl è incline al divertimento, alle amicizie promiscue, è incostante e instabile, moralmente fiacco, pronto alla dissimulazione con chiunque, insensibile all’arte, incapace di legarsi a un luogo o a una persona, soprattutto – si direbbe – incapace di provare rimorso. Un vero epigono delle “Liaisons dangereuses”, in effetti, di cui a un certo punto ripercorre in chiave minore il gioco crudele, incerto tra il ruolo di vittima e quello di carnefice. Beethoven consuma tutte le sue energie nella realizzazione del suo capolavoro pedagogico da questo materiale umano così restio, elabora tutte le strategie possibili, dalla lusinga al ricatto, dall’offesa all’incoraggiamento: insegue il nipote fin dove può, lo spia, gli impone amicizie e abbandoni, ne condiziona il più possibile le scelte. Ora come un Napoleone muove alla conquista dell’animo di Karl, ne vuole espugnare la vita imponendosi come unico sovrano (salvo battere in ritirata come dopo una campagna militare tramutatasi in rotta rovinosa); ora come una vecchia madre – più che come un amante – si ritira in sdegnosa solitudine quando Karl lo delude o lo respinge. È appassionato nell’espressione dei suoi affetti, come è terribile e ricattatorio in quello della sua delusione o del risentimento – e qui, nell’iperbole continua dei sentimenti, sentiamo sia l’esorbitante grandezza del genio sia lo stile comunicativo del tempo.
Lo ritroviamo alla fine, Ludwig, distrutto dalla fatica, amareggiato per il fallimento, incapace di contentarsi di quel poco che ha ottenuto dal nipote (un prudente affetto a distanza, spartito con altre figure ostili), malato e isolato anche per effetto della sordità. Quanto a Karl, ha trovato finalmente una sorta di paradossale libertà nella vita militare, e dall’alto di questa raggiunta sicurezza può ripercorrere nella finzione del romanzo la sua lunga relazione con lo zio, eludendo i contrasti più dilanianti e gli episodi fonte di maggiore imbarazzo.

Nella breve e illuminante “Nota dell’autore” che apre il romanzo, Magnani concede una preziosa chiave di lettura, quando, riprendendo il titolo “Quasi una fantasia” della beethoveniana Sonata op. 27 n. 2 (quella detta anche “Chiaro di luna”), ci parla dell’equilibrio prodigioso ottenuto da Beethoven nel conciliare «il rigore razionale della forma» con «il fremito dell’ispirazione». “Quasi una fantasia”, appunto: un movimento controllato e insieme prodigo di svolte impreviste, un’architettura non convenzionale, una forma che si determina da sé, volta per volta. Qui cogliamo la definizione calzante per tutto il Beethoven maggiore, e in generale per tutto quel romanticismo musicale soprattutto mitteleuropeo che tanto gli deve. Allo stesso tempo, sentiamo che Magnani sta definendo il suo romanzo, che insegue un’«intima coesione» «nell’apparente intreccio casuale degli eventi», e alla fine «ricompone le parti mancanti, condizionandole all’armonia del tutto, come in una mutila polifonia».

http://letteratitudine.blog.kataweb.it/2016/03/23/il-nipote-di-beethoven/

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