Conversare con Francesca Scotti significa parlare di musica
e di Giappone, oltre che, naturalmente, di scrittura. E così è stato anche
nell’incontro che ho avuto il piacere di condurre il 31 ottobre alla Luna’s
Torta di Torino, in occasione della presentazione del romanzo Il cuore inesperto (Elliot, 2015).
Il cuore inesperto
non è, a pensarci bene, il primo romanzo di Francesca Scotti. Se vogliamo è il
suo primo romanzo all’europea, con un plot che procede in una direzione ben
definita. In realtà, L’origine della
distanza, pubblicato da Terre di Mezzo nel 2013, era già un romanzo, sia
pure “alla giapponese”, cioè una narrazione distesa, divagante, assemblaggio
minimalista di gesti e pensieri e sguardi e incontri tra due mondi che si
osservano, si attraggono senza capirsi davvero fino in fondo, come l’Italia e
il Giappone.
Francesca Scotti resta fedele a quel modo assorto di
raccontare storie comuni: e nel Cuore
inesperto si concentra sulle vicende della giovane Anita, che studia la
viola, oscilla tra l’amore per il suo maestro quarantenne di strumento e
l’amicizia per un suo coetaneo che la accompagna al pianoforte, si divide tra
genitori divorziati un po’ distratti e un po’ ansiosi. Ecco, durante la
conversazione con Francesca ho tirato in ballo a questo proposito la formula
dell’oscillazione – e l’autrice l’ha trovata confacente. Il romanzo continua a
oscillare tra il passato (recente, vista la giovane età della protagonista) e
il presente, tra l’io di Anita e lo sguardo più distaccato della narrazione in
terza persona, tra l’interno (l’interiorità d Anita, ma anche tutti gli interni
in cui si rifugia o si trova imprigionata) e l’esterno, tra il detto e il non
detto. Oscillazione, ha anzi sottolineato Francesca, rimanda – non a caso –
anche al mondo della musica, alla vibrazione delle corde, al diffondersi delle
onde sonore nello spazio.
L’altra cifra che potrebbe riassumere il romanzo sta nelle
atmosfere crepuscolari, nella malinconia trattenuta, nell’intensità che non
diventa mai pathos, iperbole emotiva. La delicatezza di atmosfere è anche
delicatezza di tono, di registro: la scrittura è appena più colloquiale che nei
suoi precedenti libri, ma suona sempre sorvegliata, e non teme di intiepidire
la forza di certi momenti pur di renderli con la massima precisione.
Che Francesca Scotti prediliga i mezzi toni è chiaro anche
nella scelta della viola come strumento: diplomata al Conservatorio, l’autrice
conosce bene la vita del musicista, e non manca di riportarne le emozioni e la
routine con rara competenza. Qui, però, a dominare non è il violoncello, o il
pianoforte, ma appunto la viola, strumento di timbro splendido, ma tra gli
archi moderni quello con minore letteratura, e con un ruolo orchestrale e
cameristico sempre di rinforzo, voce media di rado protagonista. Scegliere la
viola è indice di propensione per questi toni mediani, ma allo stesso tempo è
indice di carattere, perché ci vuole carattere per non buttarsi sullo studio di
strumenti più visibili, più prepotenti.
Così Anita, con la sua viola sottobraccio, esplora un mondo
che non gli appartiene ancora, un mondo di adulti che non la capiscono, che
provano a guidarla ma sempre con un atteggiamento sbadato: la madre, il padre,
il maestro di viola Gabriele, la padrona di casa, sono tutte figure sfuggenti e
instabili, scontente, che sembrano non meritarsi la patente di adultità.
Curiose della giovane vita di Anita e dei suoi pensieri, queste persone cercano
di condizionarla ma non la capiscono davvero, e lo fanno per se stesse più che
per lei.
Anita è confusa, normalmente confusa, come lo si è sempre, e
come lo si è soprattutto prima dei diciotto anni, quando ci si perde tra
entusiasmi e delusioni concenti, paure e amori, inerzie e accelerazioni. Ha le
sue fissazioni, le sue piccole ritualità: ma chi non le ha o non le ha avute,
per dominare la tensione in anni difficili (e quelli di Anita sono anni
difficili)? La asseconda, nella sua confusione di adolescente, l’amico
Ludovico. Ma soprattutto la accompagna la musica (lo studio, i gesti della
musica), presenza stabile, affetto costante, mai messo in dubbio (forse una
volta o due, ma mai sul serio). Le pagine emotivamente più intense sono proprio
quelle in cui Anita rimane sola con la sua musica: in un episodio centrale,
Anita resta chiusa in una stanza del Conservatorio a preparare in un intero
pomeriggio un pezzo per l’esame dell’ottavo anno, lei, da sola, con un pezzo
nuovo da leggere, capire, imparare, interpretare – mentre i pensieri di tutto
il resto, della sua vita rimasta chiusa fuori, premono, confondono le acque,
contaminano le linee melodiche.
Il mondo della musica è abitato anche da fallimenti e
delusioni. Il maestro Mori sembra appartenere a questa categoria: partito con
grandi ambizioni, si è rassegnato a non calcare i palcoscenici da protagonista,
e, diventato insegnante di strumento, coltiva insicurezze e amarezze,
travasandole su alunni e familiari. La sua seduzione di Anita sembra essere il
tentativo, maldestro e anche inquietante, di tornare protagonista.
E il Giappone, che nell’Origine della distanza era dominante? C’è, anche se stavolta è
rivissuto attraverso un ridimensionamento che definirei ironico. Entra nella
narrazione di straforo, dalla finestra per così dire: è il Giappone a cui si
dedica la madre di Anita come traduttrice, paese lontano e dalla lingua
musicale ma incomprensibile, paese di abitudini bizzarre. Come se Francesca
avesse decretato, con Il cuore inesperto,
che la “distanza” dal Giappone tende ad accentuarsi fino a diventare incolmabile.
Foto di Mario Greco
http://www.youblisher.com/p/1362354-FuoriAsse-Speciale-LABirinti/


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