venerdì 15 aprile 2016

Da Fuori Asse Speciale Labirinti Festival: Francesca Scotti

Conversare con Francesca Scotti significa parlare di musica e di Giappone, oltre che, naturalmente, di scrittura. E così è stato anche nell’incontro che ho avuto il piacere di condurre il 31 ottobre alla Luna’s Torta di Torino, in occasione della presentazione del romanzo Il cuore inesperto (Elliot, 2015).

Il cuore inesperto non è, a pensarci bene, il primo romanzo di Francesca Scotti. Se vogliamo è il suo primo romanzo all’europea, con un plot che procede in una direzione ben definita. In realtà, L’origine della distanza, pubblicato da Terre di Mezzo nel 2013, era già un romanzo, sia pure “alla giapponese”, cioè una narrazione distesa, divagante, assemblaggio minimalista di gesti e pensieri e sguardi e incontri tra due mondi che si osservano, si attraggono senza capirsi davvero fino in fondo, come l’Italia e il Giappone.
Francesca Scotti resta fedele a quel modo assorto di raccontare storie comuni: e nel Cuore inesperto si concentra sulle vicende della giovane Anita, che studia la viola, oscilla tra l’amore per il suo maestro quarantenne di strumento e l’amicizia per un suo coetaneo che la accompagna al pianoforte, si divide tra genitori divorziati un po’ distratti e un po’ ansiosi. Ecco, durante la conversazione con Francesca ho tirato in ballo a questo proposito la formula dell’oscillazione – e l’autrice l’ha trovata confacente. Il romanzo continua a oscillare tra il passato (recente, vista la giovane età della protagonista) e il presente, tra l’io di Anita e lo sguardo più distaccato della narrazione in terza persona, tra l’interno (l’interiorità d Anita, ma anche tutti gli interni in cui si rifugia o si trova imprigionata) e l’esterno, tra il detto e il non detto. Oscillazione, ha anzi sottolineato Francesca, rimanda – non a caso – anche al mondo della musica, alla vibrazione delle corde, al diffondersi delle onde sonore nello spazio.
L’altra cifra che potrebbe riassumere il romanzo sta nelle atmosfere crepuscolari, nella malinconia trattenuta, nell’intensità che non diventa mai pathos, iperbole emotiva. La delicatezza di atmosfere è anche delicatezza di tono, di registro: la scrittura è appena più colloquiale che nei suoi precedenti libri, ma suona sempre sorvegliata, e non teme di intiepidire la forza di certi momenti pur di renderli con la massima precisione.
Che Francesca Scotti prediliga i mezzi toni è chiaro anche nella scelta della viola come strumento: diplomata al Conservatorio, l’autrice conosce bene la vita del musicista, e non manca di riportarne le emozioni e la routine con rara competenza. Qui, però, a dominare non è il violoncello, o il pianoforte, ma appunto la viola, strumento di timbro splendido, ma tra gli archi moderni quello con minore letteratura, e con un ruolo orchestrale e cameristico sempre di rinforzo, voce media di rado protagonista. Scegliere la viola è indice di propensione per questi toni mediani, ma allo stesso tempo è indice di carattere, perché ci vuole carattere per non buttarsi sullo studio di strumenti più visibili, più prepotenti.
Così Anita, con la sua viola sottobraccio, esplora un mondo che non gli appartiene ancora, un mondo di adulti che non la capiscono, che provano a guidarla ma sempre con un atteggiamento sbadato: la madre, il padre, il maestro di viola Gabriele, la padrona di casa, sono tutte figure sfuggenti e instabili, scontente, che sembrano non meritarsi la patente di adultità. Curiose della giovane vita di Anita e dei suoi pensieri, queste persone cercano di condizionarla ma non la capiscono davvero, e lo fanno per se stesse più che per lei.
Anita è confusa, normalmente confusa, come lo si è sempre, e come lo si è soprattutto prima dei diciotto anni, quando ci si perde tra entusiasmi e delusioni concenti, paure e amori, inerzie e accelerazioni. Ha le sue fissazioni, le sue piccole ritualità: ma chi non le ha o non le ha avute, per dominare la tensione in anni difficili (e quelli di Anita sono anni difficili)? La asseconda, nella sua confusione di adolescente, l’amico Ludovico. Ma soprattutto la accompagna la musica (lo studio, i gesti della musica), presenza stabile, affetto costante, mai messo in dubbio (forse una volta o due, ma mai sul serio). Le pagine emotivamente più intense sono proprio quelle in cui Anita rimane sola con la sua musica: in un episodio centrale, Anita resta chiusa in una stanza del Conservatorio a preparare in un intero pomeriggio un pezzo per l’esame dell’ottavo anno, lei, da sola, con un pezzo nuovo da leggere, capire, imparare, interpretare – mentre i pensieri di tutto il resto, della sua vita rimasta chiusa fuori, premono, confondono le acque, contaminano le linee melodiche.
Il mondo della musica è abitato anche da fallimenti e delusioni. Il maestro Mori sembra appartenere a questa categoria: partito con grandi ambizioni, si è rassegnato a non calcare i palcoscenici da protagonista, e, diventato insegnante di strumento, coltiva insicurezze e amarezze, travasandole su alunni e familiari. La sua seduzione di Anita sembra essere il tentativo, maldestro e anche inquietante, di tornare protagonista.
E il Giappone, che nell’Origine della distanza era dominante? C’è, anche se stavolta è rivissuto attraverso un ridimensionamento che definirei ironico. Entra nella narrazione di straforo, dalla finestra per così dire: è il Giappone a cui si dedica la madre di Anita come traduttrice, paese lontano e dalla lingua musicale ma incomprensibile, paese di abitudini bizzarre. Come se Francesca avesse decretato, con Il cuore inesperto, che la “distanza” dal Giappone tende ad accentuarsi fino a diventare incolmabile. 
Foto di Mario Greco

http://www.youblisher.com/p/1362354-FuoriAsse-Speciale-LABirinti/

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