lunedì 8 agosto 2016

Da Zibaldoni e altre meraviglie: "Le vacanze dello scrittore"

Nella rubrica “Da una provincia di confine” su Zibaldoni e altre meraviglie, compare un nuovo pezzo, intitolato “Le vacanze dello scrittore”. Ne riporto l'inizio, con l'invito consueto a seguire ogni pagina di quella eccellente rivista.


L’amico scrittore venuto qui a riposare dalle beghe cittadine, dalle polemiche, dai livori della metropoli si aggira i primi giorni con il sorriso beato, le narici dilatate a inspirare l’aria che lui reputa fresca e incontaminata, le orecchie tese a cogliere il silenzio. Lo conduco apposta in quartierini tranquilli, per compiacerlo, lontano dal traffico che ingombra le vie da mattina a sera, lontano dai negozi di moda o di telefonia da cui escono profumi artificiali e techno a palla (ma dov’è finita la musique d’ameublement d’una volta, lo sapete voi? che fine ha fatto la cara vecchia musichetta da ascensore o da supermercato, che invogliava all’acquisto e leniva le tensioni?), lontano dai dehors in cui nervosissimi perdigiorno fumano bevono e parlano a voce troppo alta. Esistono ancora, per fortuna, certe viuzze appartate, ombrose, maleodoranti il giusto, in cui al massimo si può incontrare un cane, un gatto, una vecchia. Lassù, tra le cimase dei tetti, il cielo. L’amico scrittore mi è subito grato, e si fa tutto naso, in quelle viuzze, che immediatamente collega a mille altre viuzze letterarie che la sua memoria (prodigiosa nelle connessioni letterarie) ha assiepato e inscatolato nella sua mente. Ecco, ecco! ripete come incantato, questo volevo, quest’ombra, quest’odore, questo nulla!
Vuole fare come me, in tutto. Una volta rideva come un matto, quando gli raccontavo che qui si pranza a mezzogiorno, si cena alle sette (anzi, si finisce di cenare alle sette) e non è raro che si vada a letto alle dieci, perché il giorno dopo ci si alza presto. Io alle sette comincio a pensare a dove andare per l’aperitivo, rideva, io alle dieci comincio a pensare non alla cena, ma al bis di olive! Ora dice di voler fare come me, per disintossicarsi dalle cattive abitudini. E i primi giorni in effetti si mette d’impegno a seguire i nostri orari, docile, divertito, si dà alle minestre, dice che tenere in mano il cucchiaio lo fa tornare bambino.
In città (la sua città), si lamenta poi, non si può più vivere. È infestata dagli scrittori. Se si affaccia a sbadigliare alla finestra, si trova dinanzi il dirimpettaio premio Strega; se va in edicola a prendere inserti letterari (i quotidiani li butta quasi subito) incrocia il blogger polemista che lo prende a braccetto e gli attacca un bottone di quelli mentre sul blog si diverte a distruggerlo. Se va a comprare, che so, scatolette di tonno o buste di insalatina non può fare a meno di strusciare l’epa del tal critico, o del tale editor. E c’è sempre, appartato in attesa dietro un angolo, uno scrittore meno fortunato di lui, che balza fuori al suo passaggio e fa questua di favori.
Ma è vita quella? si lamenta l’amico scrittore, mentre lo invito a guardarsi attorno e dimenticare. Tu, tu sì che sei fortunato! dice poi convinto, qui non c’è nessuno, nessuno! Non potrei incontrare nessuno, potrei camminare per ore senza essere riconosciuto, e non troverei un collega nemmeno se lo volessi!
Dice di tenere spento lo smartphone, ma in realtà, quando si crede non osservato, cerca nella tasca, e furtivamente dà un’occhiatina, che nessuno lo cerchi dalla grande città. Qui non c’è nessuno, nessuno! insiste. Tranne te, aggiunge poi, anche se non ce n’è bisogno. Ti affacci e i tuoi dirimpettai nemmeno sai che scrivi; e magari loro non sanno proprio scrivere. Entri in un caffè e nessuno ti coinvolge in una diatriba letteraria. Dalle mie parti, si lamenta, non posso nemmeno più entrare a prendere un caffè perché becco subito Tizio e Caio che stanno lì, appostati, come in quelle vecchie foto degli anni cinquanta, hai presente? Quelle con Palazzeschi, Tobino, Orson Welles, Pasolini, che so, Cecchi D’Amico, Penna, Vedova, Guttuso, mettici chi vuoi, colti in un momento di pausa? Ecco, con quell’aria lì, l’aria di chi vorrebbe ricreare quell’ambiente, quel ricircolo di idee. Hai notato, tra parentesi, che nessuno rideva mai in quelle foto? Hanno tutti l’aria di volersene andare, di aspirare all’aria aperta, alla luce, ma nessuno si muove per primo, rimangono affondati in quei divanetti scomodi, e soffrono, perché la scomodità e la sofferenza fanno parte della condizione dell’intellettuale, eccetera.

L’amico gira beato, nel silenzio, nell’inconsapevolezza dei luoghi in cui sono nato. Dopo un po’, quando si accorge che potrei sentirmi depresso alle sue parole, comincia a esaltarmi come un astro, anzi l’unico, di questi luoghi, ed esagera fino a imbarazzarmi.

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