lunedì 1 agosto 2016

Da Diacritica n. 9: Ade Zeno, "L'angelo esposto"

Romanzo di cadute e vertigini, L’angelo esposto di Ade Zeno ci porta in una fiaba ambientata in uno Stato che pare la summa, nel bene e nel male, di tutti gli Stati del Novecento. Gli ingredienti (un funambolo in caduta libera, un fiume che tutto travolge, bambini in precario equilibrio sul nulla, burocrati e funzionari che invecchiano portandosi dietro segreti, una dolce moglie cieca e malata, rapaci in un sogno e angeli caduti che rimangono “esposti” sul terrazzo di casa, clownerie e giocolerie varie, morti misteriose) sono governati con abilità dall’autore, che crea isole di assorta contemplazione là dove l’accumulo di una materia così eterogenea rischierebbe di ingolfare.
Quello di L’angelo esposto è un mondo che invecchia, sempre più stanco, e fatica a reggere il peso dei segreti in cui ha sguazzato; ed è un mondo attratto dal vuoto, oscillante sul vuoto, pervaso da un sottile senso di morte, abitato da volatili neanche tanto nascostamente psicopompi, in cui, per quanto tu voglia diventare adulto, la meraviglia e l’angoscia sono sempre quelle di quando eri bambino, e la paura del buio non è mai stata vinta.
L’io narrante è proprio quel bambino che abbiamo incontrato nelle prime pagine; fattosi adulto, accanto a una moglie dolcemente malata, si porta dietro (noi con lui) il ricordo sopito di quel primo episodio in cui ha sfidato in grande funambolo Repulsky, lavora in un ministero dove ascolta registrazioni di telefonate, incappa un po’ alla volta nelle morti enigmatiche di vecchi conoscenti e colleghi del padre – ma è bene non dire altro, perché questo romanzo vive di sospensioni e attese, di sorprese e ricordi improvvisi, in una combinazione delicata, che basta un niente a contaminare.
Sembra, per queste vertigini, per il senso di modernariato, per le penombre, di trovarsi in un film di Franju, ma ingentilito da una persistente malinconia e privo di efferatezze (che so, Judex, così popolato di rimandi ai volatili e forzature della legge di gravità); o in quei sogni in cui si vola o si plana, o si compiono lunghi balzi senza sapere come si atterrerà.

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