Qualche foto dell'incontro, assai piacevole, di martedì 23 luglio 2013, al Café Librairie di Aosta. Converso con Stéphanie Hochet di scrittura e libri, in particolare dei suoi ultimi, "Le effemeridi" (La Linea, 2012, trad. di Monica Capuani) e "Sang d'encre" (Edizions des Busclats, 2013).
Le foto sono di Marilisa.
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giovedì 25 luglio 2013
lunedì 22 luglio 2013
Stéphanie Hochet ad Aosta
Al Salone del libro di Torino, quest'anno.
Martedì 23 luglio, alle 18, avrò il piacere di presentare al Café Librarie di Aosta, in piazza Roncas 5, i due più recenti libri di Stéphanie Hochet, l’edizione italiana de “Le effemeridi” (La Linea, 2012, traduzione di Monica Capuani) e l’ultimo romanzo breve, “Sang d’encre” (Editions des Busclats, 2013). Avremo la possibilità di esplorare assieme a Stéphanie la grande coerenza tematica e stilistica che va caratterizzando romanzo dopo romanzo il suo mondo narrativo, e scoprire le tracce di nuovi elementi che si sono aggiunti. La conversazione – perché di questo si tratterà, di una conversazione a due e più voci, in due lingue, inevitabilmente vivace, visto che la scrittrice è una conversatrice brillante – sarà arricchita da letture prese da entrambi i testi. Per avere un’idea di quello che potrebbe accadere, ascoltate la puntata di “La boîte à livres” di sabato 20 luglio, in cui la conduttrice Paola Corti duetta assai piacevolmente con Stéphanie Hochet:
Stéphanie Hochet con Michèle Gazier, delle Editions des Busclats, durante una presentazione
sabato 23 giugno 2012
Stéphanie Hochet ad Aosta
Sono felice di presentare, il 20 luglio alle 18.30, presso
il Café Librarie Culture Alpine et Francophonia (in piazza Roncas, 5, ad Aosta), Stéphanie
Hochet, e di poter parlare con lei del suo più recente romanzo, “Les
éphémérides” (Rivages, 2012). Approfitterò dell’occasione per parlare del mio
ultimo libro, “A gran giornate”, la cui uscita è prevista per luglio. Tra i
nostri due romanzi si possono individuare diversi punti in comune, su cui comincerò
a ragionare qui, in vista della presentazione.
Innanzitutto, entrambi compariranno nella stessa collana di
narrativa, Tam Tam, delle Edizioni La Linea di Bologna: inutile dire che per me
condividere con Stéphanie il medesimo catalogo è un grande piacere e un
privilegio. Tam Tam offre “uno sguardo attento e critico verso la società in cui viviamo,
punti di vista obliqui e originali”. In questo taglio, in questo sguardo, direi
che ci possiamo riconoscere entrambi.
Andiamo un po’ più nello specifico. I nostri due romanzi contengono,
diciamo così, le premesse di un epilogo catastrofico: Stéphanie mette proprio
in scena gli ultimi mesi di vita di alcuni personaggi prima che un Evento
definitivo e preannunciato li spazzi via dalla Terra; nel mio, un gruppo di
personaggi, ritrovatisi a viaggiare assieme, corrono verso un finale (o una
fine) che sembra (e chissà se lo è davvero) la concretizzazione di un’allegoria
apocalittica.
I due romanzi, sia pure in modi diversi, applicano le
tecniche della sospensione e dell’ellissi. La Hochet lo fa proprio là dove la
letteratura di genere vorrebbe il massimo della precisione, e lascia perciò che
l’Evento resti vago e ambiguo, perché altro le importa; in “A gran giornate”,
l’idea era quella di costruire un romanzo per frammenti (frammenti di un’opera
immaginaria assai più vasta), anche a costo di dare l’impressione che le
avventure più eccitanti fossero proprio tra le pagine andate perdute.
Poi c’è quel senso di solidarietà, di attaccamento che
questi personaggi, altrimenti soli, isolati, nel corso del romanzo sentono
crescere gli uni per gli altri. È un bisogno di dipendenza, di abbandono anche,
di amore (ne “Les éphémérides”), o almeno il senso che insieme, per quanto
diversi, sia più facile affrontare gli orrori dell’esistenza (“A gran giornate”).
I nostri sguardi si sono inteneriti, insomma: incrudeliamo meno sui nostri
personaggi.
E proprio da questo nasce quel senso di coralità, quella
polifonia di voci e pensieri che anima entrambi i romanzi: più programmatico in
quello della Hochet, dove l’io narrante dei personaggi principali si alterna
capitolo per capitolo; più problematico nel mio, dove un io narrante c’è,
compare e scompare, e per lo più ricostruisce (ma quando? Perché? E per chi?) i
pensieri degli altri compari, a modo suo.
Entrambi, poi, scriviamo essenzialmente di corpi: Stéphanie
è un’acuta, accanita osservatrice dei corpi (lo sono i suoi personaggi dei
propri), delle loro trasformazioni, delle pulsioni, delle malattie, dei disagi
che la carne vive. Indagare sulla vita significa esplorare la morte (lo faccio
anch’io, sia pure ricorrendo, in quest’ultimo romanzo in particolare, al
comico).
Un altro punto in comune sta, credo, nella letterarietà dei
nostri romanzi: sono storie che si sono alimentate di altre storie, libri che
devono molto ad altri libri, che sanno di buona letteratura, talvolta anche, ma
con prudenza, di buon cinema (anche di cattivo cinema, magari, basta saperlo
usare, saperlo guardare).
Le differenze ci sono, comunque: nel tono, per esempio, come
si diceva. Stéphanie è spesso arguta, ironica, come lo sono i suoi personaggi,
brillante, ma rifugge dal registro comico, predilige invece il tono analitico
che dia asciuttezza e precisione al dramma. In “A gran giornate” il comico è invece
presente, e proprio quel comico “classico”, che si alimenta nel senso della
corporeità ed è legato alla presenza costante della morte – e il comico divaga,
si inceppa, si ripete, tende all’ossessivo.
Stéphanie lavora i caratteri dei suoi personaggi, ne erige
di grande complessità; in “A gran giornate” ho preferito, per una volta,
rifuggire dalla ricerca psicologica, e lasciarmi andare al racconto di
avventure (i “picari” non hanno bisogno di psicologie complesse, sono animati
da poche ossessioni, sempre le stesse).
O ancora (e infine), “Les éphémérides” si fonda sulla più
grande precisione geografica e cronologica, mentre “A gran giornate” allude
soltanto a spazi (reali o letterari, familiari o estranei) e lascia
nell’indeterminatezza i tempi.
Il resto, lo si scoprirà il 20 luglio.
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