
Tuena è oggi, per me, uno
dei migliori costruttori di storie; è artefice – ambizioso, com’è giusto in
letteratura – di romanzi che ora si stendono come partiture, ora come mappe, o
diari di bordo, o alberi genealogici, a seconda del tema, dell’ambientazione,
delle passioni che vi si agitano. La struttura, nel suo caso, è importante
quanto il soggetto – anzi, “è” il soggetto, ne è l’estensione, la proiezione.
Il suo ultimo romanzo, “Memoriali sul caso Schumann”, conferma questo assunto:
attorno alla figura complessa dell’ultimo Robert Schumann, afflitto da deliri e
demenza, Tuena raccoglie (cioè in parte trascrive, in parte immagina) con
meticolosità le testimonianze di coloro che lo hanno conosciuto, che ne hanno
condiviso sofferenza e passioni, e che ne sono stati toccati fino al
logoramento. Sotterranea, intanto, scorre una sensibilità musicale, che compone
le parti del romanzo come sezioni di una vasta opera – cameristica, più che
sinfonica, direi, visto l’esiguo numero di personaggi in gioco – in cui a
prevalere, ancora una volta, come nella saga familiare delle “Variazioni
Reinach” (di recente riviste per la nuova edizione Beat), è la forma della
variazione. Il romanzo diventa polifonia di voci attorno allo stesso tema (la
follia di Schumann): che ognuno dei personaggi declina a suo modo, attraverso
punti di vista differenti, differenti distanze e livelli di comprensione, girando
attorno al tema secondo dinamiche e giochi timbrici propri. A tutto ciò si
inframmezza – in un modo che mi ha ricordato le abissali “lamentazioni
oltremondane” in “Rosso Floyd” di Michele Mari, dedicato non a caso anch’esso a
un caso di alienazione musicale, quello di Syd Barrett – una voce estranea, sgrammaticata,
petulante, angosciosa, demoniaca, che all’inizio sembra una delle voci “sentite”
da Schumann, ma diventa ben presto, tragicamente, la sua voce.
La variazione non è solo
il mezzo attraverso cui si sviluppa e si articola l’indagine di Tuena: è anche una
declinazione, insinuante e pervasiva, una sorta di rielaborazione a specchio
dello stesso tema, cioè la follia ossessiva: non a caso, risuona in tutto il
romanzo l’opera misteriosa e postuma di Schumann, quelle Geistervariationen, o Variazioni
del Fantasma il cui tema, di struggente semplicità, sarebbe stato suggerito
in sogno dallo spettro di Schubert.
Ecco, gli spettri: come è
già stato notato, questa è una ghost story alla vecchia maniera, cioè secondo
ritmi e dinamiche ottocentesche, che puntano sull’attesa e sull’economia di
effetti, e dilatano atmosfere. In questo gioco di ombre, lo stesso Schumann è
rievocato – come un fantasma – da distanze irraggiungibili, sia per lo stato
che lo aliena dalla realtà chiudendolo in un mondo di allucinazioni e ossessioni,
sia per l’impossibilità oggettiva di raggiungerlo nella clinica in cui è subito
ricoverato dopo un tentativo di suicidio.
I fantasmi agitano le
visioni di Schumann: ma per Schumann sono presenze reali, vivide, con loro ha
un dialogo anche fecondo. Per curioso ribaltamento, sono gli esseri reali, gli
amici che si preoccupano per lui e lo seguono da lontano, che Robert prende –
forse – per apparizioni. È la prassi, nella clinica in cui è ricoverato: solo
nascondendosi, e spiando non visti, i visitatori possono intercettare in un
paziente segni di uno sperato miglioramento o di un temuto declino. Il vedere
da lontano non visti è per lo più insoddisfacente e ingannevole, ma talvolta
l’incertezza coglie frammenti di verità. «Quel suo modo di essere frammentario,
nella parola, nella musica, nel fumare. Chissà se anche i suoi pensieri si
disperdono nel vuoto.» Così, parafrasando Brahms, scrive Elise Junge sul suo
diario. Ma le apparizioni contagiano un po’ tutti, nel romanzo di Tuena, al
punto che ogni personaggio che sia stato vicino a Schumann prima o poi scorge
un’ombra, sente parlare un fanciullo con la voce di un vecchio, vede animarsi
angoli bui di una stanza.
Anche i temi musicali
appaiono come spettri, nelle testimonianze circa la fine delle Variazioni del Fantasma: riemergono dopo
anni di oblio, se ne scovano le tracce là dove non ci si aspetterebbe, anche in
composizioni altrui, tornano a scomparire…
È racconto che turba e
commuove proprio perché raccontato da lontano, per dettagli colti da amici e
conoscenti, quello del precipitare nella demenza di Schumann: il dolore sempre
composto dei parenti e degli amici trova sfogo nella fitta corrispondenza, come
si usava allora. E diventa straziante quando si intravede la consapevolezza
dello stesso Schumann dinanzi all’avanzare della malattia (le voci, le accuse
immaginarie di non essere l’autore delle proprie musiche, la perdita di
controllo delle mani sulla tastiera, l’aprirsi di voragini sempre più profonde
nella memoria, e a correzione di tutto questo lo sforzo di apparire «presente a
se stesso», di ricordarsi di tutto ciò che ha di più caro).
E ancora più straziante si
fa il racconto quando scopriamo “il caso Schumann” duplicato nel monologare
fitto e incoerente del figlio Ludwig, di cui si trascrivono pignolescamente i
monologhi nel corso delle visite al manicomio di Colditz: e nelle sue parole la
quotidianità in una casa di musicisti (con annesse sedute di spiritismo e
visite di spettri, primo fra tutti “don Franzetto Sciubba”, cioè Franz
Schubert) è riletta attraverso la lente distorta di una mente alienata, ancora
capace però di distillare i dettagli veri che una mente lucida non saprebbe
scorgere.
Come in un racconto
gotico che si rispetti, si insinua il tema del doppio: il più consapevole
sembra esserne Brahms, che con i doppi (gli pseudonimi) ha giocato a lungo,
negli anni giovanili, in una moltiplicazione di identità (ne sa qualcosa Hélène
Grimaud, che oltre a essere fine interprete pianistica ama cimentarsi nella
letteratura, e nel “Ritorno a Salem”, pubblicato da Bollati Boringhieri nel
2014, immagina una sorta di thriller musical-filologico attorno a un
manoscritto perduto di Brahms). Il Johannes Brahms di Tuena entra nella vita
degli Schumann travolgendoli, vampirizzando Robert, in un continuo cimento, in
una perenne emulazione che non si esaurisce nell’ambito musicale ma tracima in
quello letterario e nel campo degli affetti. È interessante scoprire come,
infine, non sia stato Brahms a vampirizzare Schumann ma piuttosto Schumann a “possedere”
Brahms (così, almeno, sembra di leggere tra le righe del memoriale del vecchio
Johannes, che conclude il romanzo mettendo un po’di ordine tra tutte le
testimonianze). I due compositori sembrano davvero l’uno complementare
all’altro – e il vecchio Brahms, nel suo “Memoriale”, ripensando agli errori
passati, traccia le linee di queste due vite intrecciate, fino a mostrare come
l’uno, Schumann, abbia finito per scrivere musica «titubante», balbettante,
fragile e imperfetta, ma proprio per questo espressione di una lingua nuova e
aperta verso l’avvenire, che spaventerà Clara, la quale reagirà nascondendo o
distruggendo quelle pagine estreme; e l’altro, Brahms, si sia avviato verso una
sorta di afasia musicale che ormai consente solo più forme brevi, composizioni
di scarso respiro.
È notevole il modo in cui
la musica è raffigurata nel romanzo di Tuena. In certe testimonianze (la citata
Elise Junge, ad esempio) i musicisti vengono presentati come dotati di
un’inquietante capacità di estraniarsi dai dolori e dalle angosce della vita
reale attraverso la musica: questa capacità di «allontanarsi dal contingente» e
ritirarsi in un mondo olimpico, «lunare», che è creato dalla stessa musica e si
nutre del «piacere profondo di essere in accordo», è un dato che sembra
accomunare Clara Schumann e il giovane Brahms, mentre invece la musica di
Schumann va in tutt’altra direzione, conduce verso abissi di sofferenze e
inquietudini di cui è la trasfigurazione. «Dice altro, dice di onde e di
tempeste», chiosa il giovane amico Christian Reimers.
In Schumann la musica –
su questo le diverse testimonianze concordano – è un viaggio o il sogno di un viaggio
verso territori sconosciuti, è forse – come i percorsi astrusi che traccerà
ossessivamente sugli atlanti – percorso sciamanico verso altri tempi e altri
luoghi, «sentiero di sogni», «strada dei canti»: «Il sistema è temperato e
dunque asimmetrico e c’è uno scartamento nella direzione della bussola di cu
occorre tener conto perché re diesis non corrisponde a mi bemolle e si diesis e
do bemolle sono note addirittura inesistenti dunque questo è un sentiero
inesplorabile ancorché è proprio su questa traccia che mi trovo quando mi
rivolgo al nord» come si legge nel delirio sinestesico della seconda seduta
sciamanica in Australia raccontata da un contagiato Reimers in uno dei suoi
diari.
Ma c’è dell’altro. La
perdita di contatto con la musica da parte di Schumann nel ricovero di Endenich
sta non solo e non tanto nella perdita di agilità manuale o di capacità
tecnica, e nemmeno nella confusione crescente in cui sprofonda l’atto del
suonare e del comporre, sostituito da surrogati come giochi matematici,
compulsazione di atlanti e soprattutto dal domino, che da gioco diventa codice
cifrato; sta, probabilmente, nella perdita di ogni contatto con il “tempo”, nel
rallentamento del tempo fino all’immobilità (lo nota, in una sua lettera, il solito
Christian Reimers); un sintomo del degrado mentale di Schumann stava, già prima
del ricovero, nel rallentamento dei tempi fino all’estenuazione; ora tutto,
nella clinica, a confronto con lo scorrere naturale del tempo nelle vie
attorno, «si arresta, in attesa della guarigione, della follia conclamata o
della morte». La musica di Schumann muore così, nel dilatarsi insopportabile
del tempo fino alla stasi definitiva.
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