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venerdì 21 novembre 2014

Da Fuori Asse n. 12: Leo Tuor

Di Leo Tuor avevo letto “Giacumbert Nau”, storia – a pezzi, a frammenti – di un pastore dei Grigioni, scritta in romancio, pubblicata nel 2008 da Casagrande, nella traduzione di Riccarda Caflisch e Francesco Maiello: aspro, ispido breviario di appunti con al centro un personaggio ispido e aspro, legato alla solitudine di alpeggi e monti e alla durezza di una vita rimasta bloccata nel tempo. Libro sarcastico, anche, sui cliché della vita di montagna oltre che sulle convenzioni della civiltà dei consumi che sulla montagna si affaccia curiosa e inopportuna. Per questo ho atteso con grande curiosità l’uscita in italiano del nuovo libro di Tuor, “Caccia allo stambecco con Wittgenstein”, pubblicato sempre da Casagrande nella brillante traduzione di Roberta Gado nella collana “Alfabeti”.
Il libro (chiamiamolo pure romanzo anche questo, se volete, e se avete fiducia nella capacità del romanzo come genere di accogliere ogni forma, di adattarsi a ogni altro genere) racconta quello che è enunciato nel titolo: una caccia allo stambecco, scandita giorno dopo giorno, con ironico rimando ai giorni della creazione secondo la Genesi (“Tramonta il sole. Viene blu, viene torbido, viene notte: il secondo giorno”. “Viene umido, viene freddo, sempre più umido e sempre più freddo: il sesto giorno”). La caccia (mettiamo da parte per qualche minuto la nostra personale avversione per questa pratica, così come abbiamo fatto leggendo, che so, Hemingway o Marcel Pagnol) è non solo, come è da sempre in letteratura, metafora della lotta eterna dell’uomo con una natura emblematicamente condensata in un animale selvatico: questo aspetto c’è, ci mancherebbe, ed è forte, anche se Tuor lo sa bene e lo ammette, e riesce a evitare che il suo stambecco finisca per rappresentare la versione alpina di un Moby Dick, l’oggetto dell’ossessiva sfida dell’uomo con il Mostro, con l’Oscuro, con Dio o, appunto, con la Natura. Lo stambecco, alla fine, è lo stambecco, punto. Come tutti gli animali, resta incomprensibile all’uomo (Wittgenstein: “Se un leone potesse parlare, noi non potremmo capirlo”), addirittura sembra irrappresentabile, tanto sfuggente è la sua natura, anche la sua conformazione. Tutto questo c’è, dicevo, ma Tuor evita le secche dell’approccio simbolico, resta con i piedi per terra, ben nascosto dietro alle sue rocce, perché quello che sta cacciando è un animale, e il suo è un atto dovuto a una tradizione, è qualcosa di iscritto nella natura degli uomini dei Grigioni, che cacciano gelosamente i loro stambecchi scacciando contemporaneamente gli intrusi che vorrebbero unirsi a loro. Tutto questo c’è (e tre), ma Tuor racconta anche la caccia come combat dell’uomo (del cacciatore) con la burocrazia che regola la caccia, con le norme che ad esempio impongono nei Grigioni di abbattere una femmina non gravida prima di poter abbattere un maschio, e allora ogni cacciatore se ne va in montagna in compagnia di un guardiano che controlla che tutto sia fatto secondo le regole e un po’ presenzia impassibile un po’ diventa complice. Lo stesso sembra fare Wittgenstein, che viene citato con parsimonia soprattutto all’inizio: partecipa con discrezione, attraverso un libro che il narratore si è portato con sé, fornisce qualche appoggio teorico (sdruccioloso, per la verità, e va benissimo così), per poi rimanere sottotraccia e lasciare spazio ad altre auctoritates. Ma attenzione, i libri servono a leggere la realtà tanto quanto la realtà aiuta a capire la virtù dei libri, perché, scrive Tuor, “se una letteratura vale qualcosa, si riconosce dal fatto che incontriamo i suoi personaggi nella vita”.
Il libro racconta l’ostinazione, la dedizione, la passione, la pazienza, ed esprime un rispetto per la natura che è valso, nel 2012, il Premio Letterario del Consiglio Internazionale della Caccia e della Salvaguardia della Fauna (che, a questo punto, dovrebbe forse suonare meno inquietante). Racconta, soprattutto, un girovagare per territori vasti e poco adatti all’uomo, con spirito di sacrificio, in pacificata solitudine o quasi, il che potrebbe ricordare certi libri di montagna di Paolo Morelli, in particolare il “Vademecum per perdersi in montagna” (Nottetempo, 2003) e il recente “Racconto del fiume Sangro” (Quodlibet, 2013), se non fosse che il nostro Morelli detesta ogni forma di violenza nei confronti della natura, sia pure ritualizzata e regolata da leggi e norme – e non è poco.


domenica 17 marzo 2013

Il qui-e-ora e l'altrove (pensierini)


Torno su alcuni aspetti che l’intervista di Umberto Rossi su “Pulp Libri” di gennaio 2013 ha sollevato e che sono stati ripresi in un pezzo di Elio Grasso per “FuoriAsse” n. 6 del marzo 2013, là dove si dice: “abbiamo a che fare con un autore che agisce da una provincia vischiosa e abbastanza misteriosa: Aosta potrebbe gestire atmosfere di confine come niente fosse, però nei libri di Morandini appare trasfigurata, resa piatta e forse scaricata quanto una senile regione padana”. È un tema che mi sta evidentemente a cuore, su cui ragiono spesso (anche nella rubrica che mi è stata affidata su “Zibaldoni e altre meraviglie”, Da una provincia di confine). Allora, pronti? Si riparte.
Ho trovato in certi scrittori svizzeri anche molto diversi gli uni dagli altri – Max Frisch, Jacques Chessex, per nominarne due – una corrispondenza con quello che sento, io piccolo scrittore di confine, o con quello che vorrei sentire. Negli svizzeri ho notato un’apertura quasi feroce verso le esperienze esterne, europee e anche extraeuropee – e un’altrettanto ferocemente lucida insofferenza per l’angustia dell’ambiente in cui sono vissuti (che era pur sempre, nel caso di Frisch, Zurigo, mica un paesello). Negli svizzeri che amo la marginalità si traduce in uno sforzo perenne di allungare lo sguardo altrove, nel bisogno di saltare le paludi quiete nelle quali non vogliono sprofondare, per connettersi a flussi di realtà più ampi, più irruenti. Sono cosmopoliti nel modo più irrequieto ed esigente; e non amano le dimensioni locali che costringono a continui esercizi di miopia.
Ecco, mi sento, fatte le dovute proporzioni, come loro. Provando a sintetizzare: ad Aosta abito, non ci vivo. Ho l’ambizione di vivere altrove, in orizzonti (non solo virtuali) più ampi, lungo connessioni che ho curato per anni, e che si allungano nello spazio presente ma anche, in un certo senso, si radicano in verticale, negli spazi della tradizione letteraria (cioè di tradizioni vere, che sono germinate altrove, sempre in un altrove).
Il fatto che qui, dove abito, mi si conosca meno ancora che altrove – il fatto che qui mi si tratti comunque come un autore locale, in mezzo a molti altri, persone rispettabili ma estranee a ogni idea di letteratura, perse in un’autoreferenzialità certo rassicurante ma comunque fuorviante – questo fatto mi provoca, è vero, qualche cruccio, ma per fortuna mi basta connettermi con i miei altrove per superare questo modesto e anche imbarazzante choc.
I miei altrove sono i veri miei qui e ora, insomma; vi ho ottenuto cittadinanza, vi sono dentro sempre, quando scrivo e quando penso, quando leggo e quando ascolto, quando comunico, quando scopro e quando imparo e quando mi sento letto, esaminato, rigirato, discusso. La comunità di cui sento di far parte è una realtà concreta, fervida, è percorsa da idee e dibattiti, risuona di sintonie, e non smette di essere presente quando tolgo il collegamento, perché non coincide con le comunità su internet, anche se internet è uno degli strumenti principali per garantire la comunicazione tra i suoi membri (non tutti, per la verità, ancora in vita).

domenica 3 febbraio 2013

Da "Zibaldoni e altre meraviglie": "Un'arcadia alla rovescia"

Da ieri, su"Zibaldoni e altre meraviglie", compaiono, sotto il titolo "Un'arcadia alla rovescia, quasi mostruosa", altre mie riflessioni su letteratura e provincia di confine (ricordo che proprio di questo si occupa la rubrica che ho il piacere di tenere sulla gloriosa rivista letteraria).
Ne riprendo la parte centrale, invitandovi a leggere il pezzo completo qui: http://www.zibaldoni.it/2013/02/02/unarcadia-alla-rovescia-quasi-mostruosa/.

Sto finendo per pensare alla Svizzera come a una sorta di metafora o meglio di paradigma di qualcosa, di una condizione più generale, come lo era, che so, la Sicilia rispetto all’Italia per Sciascia e per altri. A questo punto, assecondando l’idea, che forse è solo un’ideuzza, spulcio tra i libri di un ticinese che ha avuto una certa fortuna in Italia negli anni Sessanta, e che oggi il solito e benemerito Casagrande ristampa: Giovanni Orelli. Lasciamo da parte “L’anno della valanga”, che racconta (in un bell’italiano limpido, dominato dalla ripetizione ossessiva della parola “neve”) il chiuso, ma a modo suo vivido, microcosmo del villaggio di montagna nei lunghi e duri inverni dell’isolamento totale e dell’abbandono. Sono piuttosto gli altri suoi scritti, i racconti contenuti ad esempio nei volumi “Da quaresime lontane” (Casagrande, 2006) e “Di una sirena in Parlamento” (1999) e gli articoli, dalla verve satirica, e dalla lingua imbizzarrita, di ascendenza si direbbe gaddiana, a fare al caso nostro, laddove i mali di sempre del provincialismo, che sia di montagna o di città, o di città di montagna, vengono definiti e appuntati con uno spillo: il perbenismo, l’appagamento, e sotto sotto l’inquietudine che sobbolle, l’insoddisfazione che brontola, e dal punto di vista culturale una veduta corta sul mondo che confonde l’erudizione con il sapere.

Ma Orelli, che allungava lo sguardo verso l’Italia, e ha mantenuto a Lugano sempre modi da signore (e da professore di liceo, qual era), non amava polemiche che si nutrissero di rancore, e rimaneva sorridente. Se devo pensare a uno svizzero (sto divagando dietro a un’esile traccia, me ne rendo conto) che invece, alla pari con l’austriaco Thomas Bernhard, anzi con ferocia ancora più asciutta, abbia alimentato i dissapori con i conterranei svelandone le storiche bassezze, strappando via il velo (scuotendo via il tappeto) di un torpido perbenismo, ecco, penso a Jacques Chessex. Chessex ha vissuto sulla propria pelle il contrasto violento con la terra natale, si è fatto odiare da frange stolide di benpensanti locali per la sua inflessibilità e la sua sincerità, e ha additato i mali (orribili, nelle sue pagine) della profonda provincia montana delle Alpi svizzere. Lo ha fatto ad esempio ne “L’Ogre” (Grasset, 1973), ne “Le vampire de Ropraz” (Grasset, 2007), in “Un Juif pour l’exemple” (sempre Grasset, 2009), e in molte altre opere, in cui ha delineato con parole atroci quello stesso passato arcadico che ovunque e da sempre il perbenismo di provincia in cerca di modelli culturali idealizza, e lo ha caricato di male fino a renderlo disumano, o subumano. Non è un caso che in Italia, dove si comincia solo da qualche anno a tradurre con una certa attenzione alcuni titoli dalla vasta produzione letteraria di Chessex, in un primo tempo lo si sia preso per uno scrittore gotico, o horror, oltretutto irrisolto, o al massimo per un pornografo epigono di Sade – dandogli cioè una patente in un certo senso rassicurante di scrittore di genere, mentre il vertiginoso turbamento che provoca Chessex sta nel suo essere  (a modo suo, certo) uno scrittore realista di spietata sensibilità, un decifratore lucidissimo di teratologie fisiche, psicologiche, sociali e storiche.