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domenica 7 giugno 2015

Da Letteratitudine: "Comporre. L'arte del romanzo e la musica"

A cura di Walter Nardon e Simona Carretta
Pubblicazione dell’Università degli Studi di Trento – Dipartimento di Lettere e Filosofia, 2014

La raccolta di saggi “Comporre. L’arte del romanzo e la musica” nasce dal Quinto Seminario Internazionale di Studi organizzato nel 2012-13 dal Dipartimento di Lettere e Filosofia dell’Università di Trento, che da anni esplora sistematicamente i diversi elementi costitutivi del romanzo. Curato da Simona Carretta e da Walter Nardon, che nell’Introduzione presenta e orchestra i contributi dei relatori, pubblicato nella collana Labirinti, il volume fa il punto con precisione e rigore sui legami più profondi e meno scontati tra la forma del romanzo e la musica ponendosi essenzialmente dalla parte del romanzo e da questa prospettiva guardando alla musica.
E proprio il romanzo (lo precisa Simona Carretta) viene privilegiato non come genere, ma come “arte indipendente”, con “obiettivi estetici e conoscitivi” suoi; questo spiega perché gli interventi non si limitino allo studio di una generica “musicalità” nella lingua o nello stile, aspetto predominante in altri campi letterari come la poesia – senza contare che i rapporti tra musica e poesia, fondati su interrelazioni millenarie, su comuni origini, sono più chiari e più frequentati, mentre è meno scontata, e anche assai più interessante, l’analisi della condivisione di strutture, del travaso di articolazioni complesse tra composizione musicale e romanzo.

1 - Secondo Simona Carretta, è soprattutto “sul piano delle strutture formali… che l’ispirazione musicale ha prodotto i risultati più interessanti”. Alla musica, “commistione perfetta di forma e contenuto”, possono attingere i romanzieri disposti a sperimentare forme inconsuete di organizzazione del testo, adatte a “sviluppare uno sguardo diverso sul mondo”.
Nel saggio “Alla scuola di Broch” Simona Carretta investiga nella produzione di alcuni autori (lo stesso Hermann Broch, Milan Kundera, che nel libro, per competenza musicale, ampiezza di riflessione sul tema e metodicità di applicazione, fa un po’ la parte del leone, e poi Huxley, Perec, Alejo Carpentier, Danilo Kiš) la possibilità di commistione tra forma musicale e forma-romanzo: si parla allora di “polifonia”, di “contrappunto”, di “fuga”, di “variazioni sul tema”. In Kundera, in particolare, quest’esigenza nasce da un’idea ambiziosa di romanzo, in cui la “mise en abyme” di una struttura musicale nell’articolazione narrativa consente di cogliere la complessità del mondo secondo diverse linee prospettiche, pluralità di voci, incastri di linee.
Massimo Rizzante è ancora più specifico nell’analisi di certe pagine di Kundera e in “La fuga romanzesca” rintraccia il procedimento imitativo della fuga (il più complesso, se vogliamo) nell’intercalarsi di voci, temi, situazioni, piani temporali di opere come “La lentezza” e “L’identità”.
In generale, molti interventi non si soffermano sulla musica tematizzata (cioè descritta o raccontata) in un romanzo e preferiscono trattare il rapporto tra arti, tra linguaggi. Il tema è indubbiamente affascinante, e anche tutt’altro che semplice, come sappiamo, perché la musica in quanto “arte del suono” basta a se stessa, parla per così dire di se stessa: ma in quanto musica, cioè architettura, può suggerire impalcature complesse ai romanzieri, come suggerisce Carlo Cenini nel saggio “Innere Stimme, innerer Roman”. Ma altro interessa Cenini, il quale in particolare indaga lo “spettro narrativo” che “infesta” l’opera di uno scrittore, analogamente alle “melodie nascoste” nell’”Humoreske” di Schumann o nel Preludio in do maggiore dal “Clavicembalo ben temperato” di J. S. Bach, e che per Cenini diventa il più significativo e il meno pretestuoso punto di contatto tra musica e romanzo. Come la corrispettiva “melodia-fantasma”, lo “spettro narrativo” deve rimanere nascosto, ogni trascrizione o palesamento dell’indeterminato (come è accaduto al citato Preludio di Bach travasato e travisato nell’Ave Maria di Gounod) è una limitazione fastidiosa. Qui Cenini cita i romanzi sommersi, gli echi di romanzi nelle pagine di altri romanzi, il romanzo silenzioso tra le righe del romanzo scritto, andando dal Borges di “Finzioni” a Foster Wallace.

2 - Altri interventi raccolti in “Comporre” si soffermano sulla questione (insidiosa) della “musicalità”.
Walter Nardon in “Questioni di ritmo (e di composizione)” parte dalla ricostruzione del dibattito sull’origine comune di parola e musica per rintracciare poi esempi di “conservazione degli aspetti musicali nella scrittura”. E vede al lavoro, in certe pagine di C. E. Gadda, una “sottilissima sensibilità musicale” (cioè una maestria retorica nel ricomporre la complessità in un equilibrio armonico) che, al di là di quanto si dice della prosa esuberante e irriducibile dell’autore di “La cognizione del dolore”, porta a risultati “di composta grandezza”. Altri scrittori coinvolti nella disamina di Nardon sono l’inevitabile Kundera e il Bolaño di “2666”.
A sua volta Gabriele Frasca, in un denso intervento tutt’altro che accademico, tra mille cose indaga il romanzo come partitura, da leggere a voce alta, da interpretare come un movimento di sonata: e si concentra su quegli autori che nel Novecento non descrivono, ma chiedono ai lettori di eseguire la musica della loro voce, innanzitutto Joyce – in Joyce il concatenarsi delle immagini segue un corso sonoro, non logico, di suono non di significato, al punto che solo ascoltando la propria voce il lettore può arrivare a coglierne il senso.
Anche Andrea Inglese si sofferma sul concetto di “voce”, “entità ambigua e spettrale” che appartiene, “ma in modo problematico e sfuggente” sia al romanzo sia alla musica. Come elemento di contatto tra le due arti, la voce consegna al romanziere lo strumento per “trasformare il romanzo in qualcosa di musicale”. Inglese procede per excursus, tra Berio che si rifà a Joyce e Bene che legge Byron come fosse uno spartito, fino a Celine, “tra i maggiori scrittori novecenteschi che più hanno sfruttato le potenzialità acustico-vocali del genere romanzesco”: polifonico, contrappuntistico attrito di voci, in cui l’oralità originaria permea tutto il dettato, imprimendo un “timbro” e un “ritmo” che si trasfigureranno nelle ultime prove in “vociferazione assordante”.

3 - Alcuni saggi affrontano la questione della descrizione della musica (della sua “tematizzazione”).  Andrzej Hejmej, in “Comporre. La descrizione letteraria della musica”, sottolinea le differenze, e mostra come la letteratura che tematizza un brano, un’esecuzione, o il momento di una creazione, sia destinata a scegliere tra la lingua tecnica e non letteraria della musicologia, che analizza l’oggetto, e un approccio invece allusivo, metaforico, poetico, che però non espone l’oggetto in sé e, nel costruirvi attorno una sorta di fraintendimento, allontana piuttosto da esso. Per fortuna, esistono diversi gradi intermedi tra i due estremi, c’è sempre la possibilità di contaminare i due linguaggi prendendo dall’uno e dall’altro secondo le necessità.
Di “sfida tremenda” nel raccontare la musica, “perché i due linguaggi sono irriducibili”, parlano anche Elisabeth Rallo-Dichte e Marcel Dichte nel saggio su Christian Gailly, autore francese poco conosciuto da noi, dallo stile nervoso e cadenzato ispirato ai moduli di variazione e improvvisazione controllata del jazz. Ma è una sfida “vitale, essenziale” in questo caso. “La musica parla tacendo e io scrivo della mia sfiducia di non poter tradurre quello che dice” scrive Gailly in “K. 622” (titolo che è anche il numero di catalogo del Concerto per clarinetto in La maggiore di Mozart).
A conti fatti, la pluralità di voci rende questo “Comporre” a sua volta un libro polifonico: voci diverse, stili diversi, diversi approcci, anche diversi modi di interpretare il problema: in tutte questi contributi si sente comunque la fiducia nella capacità del romanzo di trasformarsi, contaminarsi, adattarsi e vivere così mille vite; si percepisce anche un’idea di romanzo come forma privilegiata di indagine della intricata babele del mondo, e la convinzione che proprio i rapporti di esso con la musica siano uno dei migliori campi da tener presenti per lo studio relativo all'evoluzione delle forme narrative.

domenica 15 marzo 2015

Una citazione su "Comporre. L'arte del romanzo e la musica"

Walter Nardon, curatore assieme a Simona Carretta della raccolta di saggi "Comporre. L'arte del romanzo e la musica" (Labirinti 156, pubblicazione dell'Università degli Studi di Trento), mi inserisce nell'Introduzione tra i nomi italiani che dovrebbero essere citati in una trattazione che "avesse intento sistematico", immagino per il mio "Rapsodia su un solo tema. Colloqui con Rafail Dvoinikov"; di ciò, e dell'accostamento a nomi illustri come Baricco, Capriolo, Maurensig e Scarpa, lo ringrazio di cuore.

mercoledì 25 giugno 2014

Da Letteratitudine News: Walter Nardon, "Sibber"

“Sibber” di Walter Nardon (Effigie, 2014) è uno strano romanzo in cui sembra non accadere nulla, e invece accadono molte cose, tutte importanti come lo sono le cose che danno colore e qualità alla vita delle persone comuni. Sibber è per l’appunto un uomo comune che ha superato la mezz’età e di cui all’inizio non sappiamo gran che, se non che ha attirato l’attenzione dell’io narrante per una certa sua capacità di stare al mondo, di misurarlo e impreziosirlo con la grazia dei gesti e delle parole. A lui l’io narrante chiede all’inizio di partecipare a un esperimento: portare una valigia attraverso un certo percorso cittadino e farsi osservare da una certa distanza. Lo “studio” – tra la curiosità del sociologo, dell’antropologo, e quella dell’artista, o del bambino – non sembra avere altro scopo, ma finisce per confermare le qualità di Sibber, qualità sovrumane e insieme comuni, come quella di dare senso agli oggetti che tocca, agli ambienti che visita. La seconda parte del romanzo si sofferma sui preparativi di un adeguato ringraziamento per l’opera prestata da Sibber – preparativi che coinvolgono Helga, la donna quieta e curiosa con cui l’io narrante ha una relazione, la sorella di lei, il ragazzo della sorella, e che si concretizzeranno in un pomeriggio a casa di Sibber, il quale si rivela, assieme alla moglie, anche artista. Mi rendo conto, a questo punto, che il semplice riassunto rischia di non trasmettere il valore di questo romanzo, che non sta nell’intreccio, ma piuttosto nella fuga dall’intreccio, nella dimensione contemplativa che carica di un senso particolare oggetti comuni, gesti consueti e vite modeste. Restiamo anche noi affascinati, come l’io narrante, a osservare i semplici eppure fondamentali gesti di Sibber, e ci sentiamo colti dal presentimento di una rivelazione – laica, modesta, anche dimessa, ma non meno importante – che anche nella nostra vita, anche nella più quieta e ritrosa, sia possibile toccare momenti di felicità pura, in cui tutto acquisisce equilibrio e armonia, e gli screzi e i dissapori del mondo sfocano, le malinconie si ridimensionano, le angosce possono essere accolte come piccole irregolarità all’interno di un mondo di sostanziale bellezza.
La luminosità di Sibber, il suo potere “festivizzante”, contagia anche coloro che sono in contatto con lui, anche, per dire, il cane, un bassotto che sembra attraversare il mondo (cioè la cittadina senza nome in cui si svolgono le vicende) con la stessa “dignità onesta e dimessa” del padrone: “Per lui, come per Sibber, non esisteva una situazione, ma solo il progressivo venire in luce di una materia oscura che si animava”.
“Sibber era davvero eccezionale” annota il narratore, incantato. “Avanzava con un passo quasi signorile, ben lontano da quello del facchino che aveva pensato di sentirsi quando gli avevo assegnato l’incarico”. Egli porta quella valigia come se fosse sempre stata sua, come se ne conoscesse il contenuto, come se rivivesse la quotidianità in una dimensione di quieta eccezionalità: “Credo che in quel momento la sua fantasia sia riuscita a concepire che la normalità, vissuta nella sua dimensione più comune, è la dimensione nella quale si celano un po’ tutti i misteri”. Ogni oggetto da lui toccato reca in sé per sempre “la sua impronta, un’impronta augurale”.
L’autorevolezza di Sibber, “autore definitivo di gesti quotidiani”, nel compiere le azioni più elementari e nel caricarle di un significato straordinario, secondo una sua “modalità estremamente misurata e insieme incredibilmente disinvolta”, porta le cose oltre i loro confini comuni, le rende “memorabili”. “Sibber poteva rendere esemplare e memorabile perfino il gesto di aprire una porta” ci dice il narratore; “preso in mano un oggetto sapeva scorgerne, in maniera misteriosa, la storia della materia”.
Il personaggio di Sibber (intendiamoci, sgombriamo il campo da un possibile equivoco) non sembra caricato di un’accezione allegorica – non è una figura cristologica, grazie a Dio, e nemmeno, che so, angelica; il suo potere epifanico, più modestamente e anche più significativamente, è legato a questo mondo, non rimanda ad altro che alla scoperta delle cose nella loro bellezza. È, come riconosce più volte l’io narrante, un “collaudatore” di oggetti incredibilmente dotato, dai gesti di eleganza rara, dalla capacità “festivizzante”. Che sia solo un uomo lo si coglie anche dalle increspature (lievi, e sempre da lui affrontate con garbo e pudore) della sua vita familiare e affettiva. E non si dimentichi che a caricare Sibber di doti così rilevanti è la voce (chissà quanto attendibile) di un narratore (uno che dice subito di sé “io mi butto via ogni giorno”) dominato da talune ossessioni e in cerca di rassicuranti risposte (anche filosofiche, ma di una filosofia tutta pratica, tutta cose) alla perdita di senso della realtà che gli si sfilaccia tra le dita. Giunti alla fine possiamo anzi chiederci se Sibber sia davvero dotato di quelle qualità o se, semplicemente, abbia assecondato con paziente disponibilità le richieste maniacali di un narratore evidentemente non sereno. Ma questo suo potere siamo riusciti a vederlo (a sentirlo) chiaramente anche noi nel procedere della lettura, e la vicinanza di Sibber ha finito per sembrarci desiderabile e credibile come lo era per il narratore.
Con uno stile terso, che aspira a usare le parole con lo stesso aggraziato rispetto con cui Sibber tocca gli oggetti e rende migliori gli uomini, Walter Nardon racconta questa ricerca di un senso – incantevole per la presenza rasserenante di Sibber, ma anche commovente quando ci riconosciamo negli scrupoli ossessivi con cui il narratore affronta ogni cosa, anche la meno impegnativa. A ben pensarci, e per concludere, questo romanzo non è la storia di Sibber, ma di chi gli attribuisce una sorta di forza salvifica e attraverso lui (attraverso ricostruzione che ne fa) trova una collocazione più serena tra le cose di questa vita e una direzione meno peregrina al suo vagare per gli spazi del mondo.
http://letteratitudinenews.wordpress.com/2014/06/25/sibber-di-walter-nardon/