Prosegue, tratta dal terzo numero della rivista Diacritica, la ripresa della conversazione con Simona Carretta intitolata “Comporre” il romanzo.
S. C.: Sì,
perché il ricorso a principi formali che risultano affini a quelli musicali
(come il contrappunto, la fuga, il canone etc.) spesso non nasce solo dalla
volontà di esprimere un omaggio diretto all’arte dei suoni: nella sua ricerca
di nuove forme, tramite cui rinnovare le sue possibilità di presa sulla realtà,
il romanziere può imbattersi in modelli già ampiamente valorizzati dalla
musica, ma che forse, come si è detto, la stessa musica può aver ricavato da
principi preesistenti; la musica può essere, allora, per un romanziere, un
tramite nella ricerca di soluzioni compositive. Per il resto, riguardo a quei
romanzieri che ospiterebbero, nelle loro opere, dei clins d’oeil, riferimenti nascosti e magari rivolti ad una
ristretta cerchia di esegeti, penso che un romanzo che sia veramente tale non abbia bisogno di supporti esterni
per essere compreso. L’opera d’arte ambisce sempre a svolgere una funzione
cosmogonica: tutto è lì. Di conseguenza, qualsiasi riferimento che, in un
romanzo, sia stato immesso a beneficio di pochi, secondo me è uno sbaglio dal
punto di vista estetico.
Diversa è la necessità, che tu ricordi, per
un romanziere, di presupporre, da parte di chi legge, un’attenzione verso le
simmetrie, le corrispondenze e, in generale, gli elementi del disegno
architettonico eventualmente presente. Per citare lo studioso Lakis Proguidis,
ogni romanzo necessita non di un lettore qualsiasi, ma di un «lettore di
romanzi». Intendo dire che chi è sensibile all’estetica del romanzo è
automaticamente ricettivo nei confronti del complesso di elementi che ne
determina la struttura. Questo tipo di lettore sa che la sostanza di un romanzo
non risiede in un messaggio eventualmente presente in maniera esplicita
all’interno del cosiddetto contenuto, ma che alla sua trasmissione concorre la
forma.
C. M.:
A proposito di “composizione” di un romanzo (o di un racconto, non importa), sono
affezionato all’idea, letta non so più dove, che la scrittura musicale sia
sempre un oscillare tra organizzazione e improvvisazione, che cresca giocando
tra caso e controllo, o, all’inverso, tra pensiero e svago, abbandono,
racconto. È un’idea condivisa anche dagli scrittori che stai studiando? Oppure
in loro noti soprattutto una concentrazione sul controllo, cioè sulla
costruzione di una forma solida?
S. C.: Il
filosofo francese Alain (pseudonimo di Émile-Auguste Chartier) riconosceva
proprio in questo punto la principale differenza tra l’artigiano e l’artista:
mentre l’opera del primo corrisponde completamente, una volta terminata, al
progetto iniziale, nel caso dell’opera d’arte l’atto stesso della creazione
produce inevitabilmente risultati che sfuggono alla pianificazione pregressa.
Questo mi sembra valere anche per quei romanzieri per i quali l’aspetto della
composizione è centrale. A proposito del Libro
del riso e dell’oblio, già citato, Kundera racconta di essersi reso conto
solo nella fase della stesura che le parti che stava componendo non erano dei
racconti indipendenti, ma presentavano temi e motivi comuni, sufficienti ad
imprimere all’opera la coerenza di un romanzo. Come nel caso della musica,
anche in quello del romanzo la composizione può rivelarsi allora una questione
di “orecchio”, ossia stabilirsi in
itinere. Come il musicista compone al pianoforte, il romanziere compone
mentre scrive.
C. M.:
Ma qual è la maniera più efficace per “raccontare” la musica, secondo te? In
che modo cioè uno scrittore può più compiutamente evocare a parole – e barando
il meno possibile – una composizione? Si fa musicologo, però senza esagerare
con i tecnicismi? Lavora di metafore e sinestesie? Presenta un brano musicale
come un racconto (temi come personaggi, timbri come stati d’animo, che so), approfittando
delle antiche affinità tra i due linguaggi? O si concentra sugli effetti che la
musica ha su chi la ascolta o la esegue? Oppure si dedica all’atto stesso della
composizione, raccontando il compositore all’opera? Quest’ultima soluzione mi
affascina, ma probabilmente è la più insidiosa (l’effetto “Amadeus” è ancora un
rischio).
S. C.: Tra
gli interventi ospitati da Comporre,
quelli di Andrzej Hejmej e di Elisabeth e Marcel Rallo Ditche, il primo
dedicato al romanzo Il cuore assoluto (1987)
di Philippe Sollers, il secondo a K622
(1989) di Christian Gailly, si sono concentrati soprattutto sul modo in cui la
scrittura romanzesca può eventualmente riuscire a descrivere la musica,
mettendone in evidenza le insufficienze. Se, nel Cuore assoluto, la difficoltà relativa alla descrizione a parole
dell’opera musicale al centro del romanzo (il Quintetto in la maggiore per
clarinetto di Mozart) è aggirata mediante il ricorso del narratore al
linguaggio musicologico, in K622 il
concerto mozartiano per clarinetto è invece descritto attraverso il racconto
delle emozioni provate dal protagonista, quindi in un’ottica puramente
impressionistica.
A mio avviso, Alejo Carpentier è uno dei
pochi che sia riuscito a caricare la sfida di “far sentire” la musica in un
romanzo di una significativa valenza estetica. In Concerto barocco (1974), romanzo che racconta l’incontro
immaginario, in una Venezia del Settecento, dei compositori Antonio Vivaldi,
Domenico Scarlatti e Georg Friedrich Haendel, l’impressione della musica viene
ricreata, oltre che dalla descrizione del «concerto grosso» che i tre
personaggi organizzano nel conservatorio dell’Ospedale della Pietà, da quella
fusione di mondi spazio-temporali diversi, che Carpentier realizza allo scopo
di conseguire, tramite il romanzo, lo stesso effetto di temporalità altra che, in genere, è suscitato dalla
musica.
C. M.:
Abbiamo parlato delle influenze musicali nella costruzione di un’opera
narrativa. Sarebbe anche interessante indagare quanto le opere narrative o
letterarie in genere abbiano influito sulle forme musicali (strumentali). Penso
al poema sinfonico, o a certo sinfonismo a programma di gusto ottocentesco o
novecentesco, a Sibelius, che so, a Šostakovič (la stagione del sinfonismo
vincolato ai dettami del realismo socialista andrebbe indagata forse più con
gli strumenti della narratologia che con quelli della musicologia). Poi, che
so, c’è il Microkosmos
di Bartók. L’ho riascoltato di recente, dal primo brano all’ultimo, dal più
semplice al più complesso, e mi è parso uno splendido romanzo di formazione. E
c’è quella corrente quasi sotterranea, che ogni tanto emerge in posti
inaspettati, della musica-diario, dei fogli d’album che insieme compongono una
sorta di frammentata autobiografia confidenziale. Non penso alle raccolte
salottiere di certo Ottocento, ma piuttosto alle congerie di brevi e brevissime
pagine (occasionali, diaristiche, accenni, frammenti) che sono certi cicli di
Kurtág, che suonano davvero come un romanzo epistolare fatto di fogli sparsi,
dedicati ad amici, apparentemente slegati, ma uniti (lo si scopre dopo un po’)
da un intento comune, da comuni affetti (sto pensando a Játékok, certo).
S. C.: È
capitato che alcuni compositori, scorgendo in determinati romanzi una matrice
musicale abbiano voluto metterla in risalto. Penso a Jean Barraqué, che ha
ispirato la composizione del suo concerto per clarinetto, Le temps restitué (1968), al romanzo di Herman Broch La morte di Virgilio (1945). Alle volte,
poi, può essere un principio compositivo letterario a ispirare la musica; ad
esempio, pare che il Leitmotiv, che
deve a Wagner la sua fortuna, si sia sviluppato dapprima come procedimento
letterario. Tra la musica e la letteratura, insomma, quale delle due ha invitato
per prima l’altra al dialogo? Difficile stabilirlo. Ma coltivo la speranza che,
finché questo dialogo continuerà, il romanzo sarà ben lontano dal fare la
brutta fine, quella della fantomatica «morte del romanzo», a cui certi critici,
da un pezzo, lo avevano destinato…

