“Sibber” di Walter Nardon
(Effigie, 2014) è uno strano romanzo in cui sembra non accadere nulla, e invece
accadono molte cose, tutte importanti come lo sono le cose che danno colore e
qualità alla vita delle persone comuni. Sibber è per l’appunto un uomo comune
che ha superato la mezz’età e di cui all’inizio non sappiamo gran che, se non
che ha attirato l’attenzione dell’io narrante per una certa sua capacità di
stare al mondo, di misurarlo e impreziosirlo con la grazia dei gesti e delle
parole. A lui l’io narrante chiede all’inizio di partecipare a un esperimento:
portare una valigia attraverso un certo percorso cittadino e farsi osservare da
una certa distanza. Lo “studio” – tra la curiosità del sociologo,
dell’antropologo, e quella dell’artista, o del bambino – non sembra avere altro
scopo, ma finisce per confermare le qualità di Sibber, qualità sovrumane e
insieme comuni, come quella di dare senso
agli oggetti che tocca, agli ambienti che visita. La seconda parte del romanzo
si sofferma sui preparativi di un adeguato ringraziamento per l’opera prestata
da Sibber – preparativi che coinvolgono Helga, la donna quieta e curiosa con
cui l’io narrante ha una relazione, la sorella di lei, il ragazzo della
sorella, e che si concretizzeranno in un pomeriggio a casa di Sibber, il quale
si rivela, assieme alla moglie, anche artista. Mi rendo conto, a questo punto,
che il semplice riassunto rischia di non trasmettere il valore di questo
romanzo, che non sta nell’intreccio, ma piuttosto nella fuga dall’intreccio,
nella dimensione contemplativa che carica di un senso particolare oggetti
comuni, gesti consueti e vite modeste. Restiamo anche noi affascinati, come
l’io narrante, a osservare i semplici eppure fondamentali gesti di Sibber, e ci
sentiamo colti dal presentimento di una rivelazione – laica, modesta, anche dimessa,
ma non meno importante – che anche nella nostra vita, anche nella più quieta e
ritrosa, sia possibile toccare momenti di felicità pura, in cui tutto
acquisisce equilibrio e armonia, e gli screzi e i dissapori del mondo sfocano, le
malinconie si ridimensionano, le angosce possono essere accolte come piccole
irregolarità all’interno di un mondo di sostanziale bellezza.
La luminosità di Sibber,
il suo potere “festivizzante”, contagia anche coloro che sono in contatto con
lui, anche, per dire, il cane, un bassotto che sembra attraversare il mondo
(cioè la cittadina senza nome in cui si svolgono le vicende) con la stessa
“dignità onesta e dimessa” del padrone: “Per lui, come per Sibber, non esisteva
una situazione, ma solo il progressivo venire in luce di una materia oscura che
si animava”.
“Sibber era davvero
eccezionale” annota il narratore, incantato. “Avanzava con un passo quasi
signorile, ben lontano da quello del facchino che aveva pensato di sentirsi
quando gli avevo assegnato l’incarico”. Egli porta quella valigia come se fosse
sempre stata sua, come se ne conoscesse il contenuto, come se rivivesse la
quotidianità in una dimensione di quieta eccezionalità: “Credo che in quel
momento la sua fantasia sia riuscita a concepire che la normalità, vissuta
nella sua dimensione più comune, è la dimensione nella quale si celano un po’
tutti i misteri”. Ogni oggetto da lui toccato reca in sé per sempre “la sua
impronta, un’impronta augurale”.
L’autorevolezza di Sibber,
“autore definitivo di gesti quotidiani”, nel compiere le azioni più elementari
e nel caricarle di un significato straordinario, secondo una sua “modalità
estremamente misurata e insieme incredibilmente disinvolta”, porta le cose
oltre i loro confini comuni, le rende “memorabili”. “Sibber poteva rendere
esemplare e memorabile perfino il gesto di aprire una porta” ci dice il
narratore; “preso in mano un oggetto sapeva scorgerne, in maniera misteriosa,
la storia della materia”.
Il personaggio di Sibber
(intendiamoci, sgombriamo il campo da un possibile equivoco) non sembra
caricato di un’accezione allegorica – non è una figura cristologica, grazie a
Dio, e nemmeno, che so, angelica; il suo potere epifanico, più modestamente e
anche più significativamente, è legato a questo mondo, non rimanda ad altro che
alla scoperta delle cose nella loro bellezza. È, come riconosce più volte l’io
narrante, un “collaudatore” di oggetti incredibilmente dotato, dai gesti di
eleganza rara, dalla capacità “festivizzante”. Che sia solo un uomo lo si coglie anche dalle increspature (lievi, e sempre
da lui affrontate con garbo e pudore) della sua vita familiare e affettiva. E
non si dimentichi che a caricare Sibber di doti così rilevanti è la voce
(chissà quanto attendibile) di un narratore (uno che dice subito di sé “io mi
butto via ogni giorno”) dominato da talune ossessioni e in cerca di rassicuranti
risposte (anche filosofiche, ma di una filosofia tutta pratica, tutta cose) alla
perdita di senso della realtà che gli si sfilaccia tra le dita. Giunti alla
fine possiamo anzi chiederci se Sibber sia davvero dotato di quelle qualità o
se, semplicemente, abbia assecondato con paziente disponibilità le richieste maniacali
di un narratore evidentemente non sereno. Ma questo suo potere siamo riusciti a
vederlo (a sentirlo) chiaramente anche noi nel procedere della lettura, e la
vicinanza di Sibber ha finito per sembrarci desiderabile e credibile come lo era
per il narratore.
Con uno stile terso, che
aspira a usare le parole con lo stesso aggraziato rispetto con cui Sibber tocca
gli oggetti e rende migliori gli uomini, Walter Nardon racconta questa ricerca
di un senso – incantevole per la presenza rasserenante di Sibber, ma anche
commovente quando ci riconosciamo negli scrupoli ossessivi con cui il narratore
affronta ogni cosa, anche la meno impegnativa. A ben pensarci, e per concludere,
questo romanzo non è la storia di Sibber, ma di chi gli attribuisce una sorta
di forza salvifica e attraverso lui (attraverso ricostruzione che ne fa) trova
una collocazione più serena tra le cose di questa vita e una direzione meno
peregrina al suo vagare per gli spazi del mondo.
http://letteratitudinenews.wordpress.com/2014/06/25/sibber-di-walter-nardon/


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