domenica 22 febbraio 2009

Ancora su "Le larve"

Ecco che cosa mi ha scritto in una lunga lettera Armando Saveriano, poeta, fondatore dell'associazione culturale Logopea di Avellino, autore dei cesellati e inquietanti racconti di "Elogio del blu" (Mephite, 2008).

È dal 1975, con "La dimora dei Branderson" di Raymond Rudorff (ed. Sonzogno), che non leggevo qualcosa di dannatamente buono come il tuo “Le larve”. Oggi posso dire che tu affianchi i miei autori prediletti, quelli che alla venatura dark fantasy o horror tout-court aggiungono il mainstream, a livelli di autentica alta letteratura: Ramsey Campbell, Clive Barker, Stephen King, Ray Brandbury, Gianfranco Manfredi di “Ultimi vampiri” e del recente “Ho freddo”.
Premetto che “Le larve” non va catalogato o relegato nella nicchia di un genere: sarebbe una deminutio. Ciò non toglie che è un neogotico di gran classe. Raffinatissimo.
Questo non è sufficiente a fare di un libro un “buon libro”. È necessario aggiungere il coinvolgimento che sappia o non sappia suscitare un qualche grado di empatia. Il primo esempio che mi viene in mente è il capitolo dedicato dal protagonista di “Pet Sematary” (King) al ricordo della sorella invalida: riesce a impressionare, a farti provare il classico “frisson”, per cui resti incollato alla pagina e niente e nessuno riuscirebbero a distoglierti neppure per un secondo.
Oppure il 90% della vastissima produzione di Ray Brandbury: non i romanzi, ma i racconti. Sono sconvolgenti. C’è poesia e stringimento di gola, curiosità e acume, una conoscenza delle corde emotive, per cui Brandbury somiglia a un pianista che contemporaneamente suona il flauto e l’arpa. Ti dà felicità e ti fa stare male, ti trasmette nostalgia e rimpianto, fino alla soglia delle lacrime.
“Le larve” avvince il cultore di genere e il lettore che mai avrebbe immaginato di leggere pagine così piene di ottima scrittura, tra Dickens e Thomas Mann. È come se tu fossi posseduto dallo spirito delle sorelle Brontë, dal demone tormentoso di Henry James di “Giro di vite”, dall’intrigo fascinoso di Daphne Du Maurier, con uno spolverio del lugubre sarcasmo delle opere di Friedrich Dürrenmatt, con un linguaggio straordinario, che mescola perfettamente il gusto e l’indirizzo attuale a un che di deliziosamente decadente.
La sequenza dell’io narrante, bimbo di quasi sei anni, che si arrampica sulla sedia per osservare il cadavere del nonno (con tutto quello che segue dopo), è da maestri della narrativa. Impressionante. S’imprime nella mente. Puoi a lungo immaginarti la scena… quasi viverla in prima persona. E avere paura. Il rapporto sadico che lega il signorino protagonista a Aldina ha una sua plausibilità che annulla e ricaccia indietro l’ipocrisia perbenista con cui ci stucchiamo l’anima.
E poi il linguaggio! Patriarchi, fanciulle, oscurità caravaggesca, il nome del cane, Morgo, che fa pensare piuttosto a un servo deforme…, fantesche, collegi, scorribande lupigne, luna che rapisce, entomofagia, campi tetri e brumosi, ciarlatani carismatici, tare familiari, il sospetto, il sospetto…
Una saga ipnotica e pellucida che mi riconduce a Poe, agli acquitrini psicotici di Lovecraft, ma anche alle morbosità moderne di Serge Brussolo, quando si dedica al noir e al mistery.
Tu scuoti il tempo, rompi ogni convenzione, fai oscillare il lettore fra ottocento e duemila, osi delle verità che noi censuriamo, ti diverti a scorticare il lettore, nello stesso modo con cui scotenni i tuoi personaggi. Le larve fa riscoprire la voluttà della lettura, il totale assorbimento...
La visione del nonno, che è forse il padre del protagonista, mentre sguscia come protervo signore e padrone, come vampiro, come un D’Annunzio assanguato, nella camera della nuora, assopita (o non già mesmerizzata?), per possederla, come si fa con una ninfa boschiva ubriaca di mosto e di delirio dionisiaco, è qualcosa di straordinario. Sei un narratore di razza, un Fritz Lang della penna. E “Le larve” è un romanzo eccezionale, una storia che ingolosirebbe produttori e registi, o titillerebbe nei grandi fumettari lo sfizio di disegnarla.
Purtroppo tu hai una pecca.
Vivi in Italia.

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