giovedì 16 luglio 2009

Pensando a "Iperboli, ellissi"


Uno dei simboli multiuso per definire la vita (e quella vita particolare tenuta sottovetro nelle pagine del romanzo) è quello del naufragio, della deriva. Un altro, su cui sto lavorando, è quello, petrarchesco e leopardiano, della corsa folle di un vecchio verso un abisso – ma ne parlerò un’altra volta. In realtà, per tornare alla prima figura, bisognerebbe trasformare quella similitudine, o metafora a seconda di come la si prende, in qualcosa di più complesso – in un ossimoro, per esempio. Un romanzo è, almeno come lo intendo io, come io lo vivo, una sorta di naufragio programmato, o almeno monitorato (stavo per scrivere “dolce naufragare”), di deriva le cui premesse sono poste da chi scrive. Trovo ne “La giornata di un compositore” (ObarraO edizioni) di Vittorio Zago, che compositore lo è davvero, e ha scritto di sé e del suo modo di scrivere musica, un principio analogo, un procedere compatibile, nel suo oscillare tra caso e controllo. Nell’estetica che regola le opere e sorregge il lavorio teorico di Riccardo Mantelli ho ritrovato il medesimo oscillare: errore e intervento, intervento ed errore – errore, o errare, anche e soprattutto nel senso di vagare, di lasciar andare, di spingere (ecco una prima intrusione del controllo). Degli effetti di questo perdere il filo, il primo a meravigliarsi – anche nel senso marinista, se volete – è proprio l’autore.

Un’altra immagine del romanzo (del romanzo come lo intendo io, naturalmente) è quella dell’organismo vivente. Nasce da un nulla – una prima intuizione, un’intenzione, che so, la messa in parole di un gesto, la trascrizione di un fatto inconsistente – poi, se va bene, vive, cresce, s’ammala, guarisce, continua ad alimentarsi, si ribella anche, all'autore e ai suoi propositi, sembra vivere di vita propria, respirare autonomamente. Ad un certo punto pare si nasconda al suo stesso autore – si intuisce una sua vita intima, una sfera privata, nascosta tra le pieghe dei paragrafi, negli spazi bianchi, tra un capitolo e l’altro, nelle ellissi (appunto), in cui l’autore non entra (non può, non vuole, in ogni caso sta al gioco) e da cui il lettore sta fuori, rimuginando ipotesi (di solito le peggiori).

Suppongo che una figura così possa convincere chi, come me, procede non secondo uno schema rigido, un’ossatura che contenga già in sé tutto il romanzo compresi i dettagli, ma lascia crescere l’opera dall’accumulo di pagine, dalla concimazione di parole (pardon), e asseconda le deviazioni, gli sviluppi imprevisti, le espansioni divaganti.

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