martedì 21 luglio 2009

Traduzioni da Stéphanie Hochet per "Iperboli, ellissi"

Per l'incontro del 17/7/2009 alla libreria Minerva ho voluto tradurre qualche pagina dei romanzi di Stéphanie Hochet, inediti in Italia. Non sono sicuro di aver fatto un buon lavoro nel rendere il suo francese così ricco e preciso, ma tant'è.

Da “Je ne connais pas ma force”, Fayard, 2007

Non la lettura, né i giochi elettronici, né le discussioni con Martha, niente di tutto ciò mi poteva distrarre dalla convinzione che sfiorando la morte mi avvicinavo a una realtà affascinante che non aveva forma né colore, ma che potevo percepire. Ero pronto a lottare contro questo malessere metafisico attingendo forza dal più grande serbatoio d’energie primordiali: l’esercito. Non tutti gli eserciti andavano bene allo stesso modo: scelsi quello che più degli altri aveva coltivato un odio autentico dei deboli: il grande esercito del Terzo Reich.
Nel momento in cui le legioni grigioverdi si immobilizzarono dinanzi a me sull’attenti, bronzee, tutto il mio corpo fu colto da brividi. Sì: avrei distrutto la mia vulnerabilità sopprimendo ciò che, secondo me, aveva osato umiliare la mia nozione di potenza – e mi aveva ridotto alla condizione di malato.
Da quel momento, divenni il Fuhrer del mio corpo.
(p. 27)

Quanto a me, non scrissi che una frase: “Ho fatto del mio corpo una guerra, ogni colpo è permesso”.
Nulla di altrettanto lirico era mai fermentato nella mia testa, prima del cancro, in ogni caso nulla che potesse avvicinarsi alla secca essenzialità di questa sentenza.
(p. 52)

Arrivai in una camerata di ragazzi. Sin dai primi istanti compresi che questo nuovo ambiente non aveva nulla in comune con il precedente. Erano tre ragazzi tra i dodici e i sedici anni, del tutto a loro agio gli uni con gli altri. E non mi impressionò che nessuno di loro desiderasse sapere troppo di me. Ignoravo ciò che potevano aver detto loro su di me, ma di sicuro, a giudicare dagli sguardi obliqui che mi lanciavano, gli era stato fatto intendere che avevo tendenze criminali. L’ambiguità di questa reputazione mi piacque: ecco una splendida occasione per esercitare il bel ruolo. Il mezzo più efficace per alimentare il mistero sarebbe consistito nel tacere. Avrei fatto sciopero della parola fino a nuovo ordine.
I tre ragazzi stavano assieme da mesi, e formavano un blocco compatto. Giunto tra loro come un capello nella minestra, risparmiai le energie, non volli forzare il destino che mi suggeriva che presto sarei diventato padrone di me stesso.
Dapprima mi osservarono dalla testa ai piedi, studiarono i miei gesti come se questi potessero annunciare il peggio, esaminarono i vestiti che indossavo, studiarono i miei tic, sospettando che fossero tracce esteriori di un temperamento violento, ammirarono il mio Rolex. Ma, dal momento che il mio comportamento non aveva niente d’aggressivo, la diffidenza venne meno. Avevo aperto in loro uno spiraglio di curiosità proprio non mostrando alcun interesse a integrarmi.
Un ragazzo dai capelli rossi, sui quattordici anni, fece un tentativo di attaccar bottone:
«Sei da molto all’ospedale?».
Il mio mutismo lo rese ancora più attento.
«Mi chiamo Cyprien» proseguì.
Tenni la bocca chiusa.
Per molti giorni rimasi per loro una presenza priva di identità. Non avevo nome, né origine, come Lohengrin al suo arrivo a Brabante. Speravano che parlassi. Io chiudevo gli occhi, concentrato, mio malgrado, ai loro mormorii. Difettavano di riservatezza, non erano cresciuti. Sentivo che si interrogavano, che si scambiavano le scarse informazioni di cui disponevano su di me. Un paio di volte sorpresi Henri, il più grande, nell’atto di mimare non so che, di fare boccacce, di mostrarmi l’indice levato. Non mi ispirava altro che disprezzo.
(pp. 75-76)

Da “L’Apocalypse selon Embrun”, Stock, 2005

La giovane donna non avrebbe potuto immaginare che responsabile della fuga dei suoi amanti era la sua bambina.
La vita in compagnia della figlioletta non aveva nulla di piacevole: quando la bambina non era assorta a sorvegliare la madre (con quella fissità che metteva a disagio Anne), si divertiva a schiacciare le formiche che passavano per il pavimento; d’estate, la stessa sorte era riservata alle mosche. Dall’età di due anni, Embrun aveva manifestato una disposizione crudele per gli esseri viventi, che utilizzava come giocattoli, trascurando gli oggetti. Anne amava sua figlia attraverso un filtro di buone intenzioni: le dava il suo affetto perché riteneva che fosse il suo dovere di madre, per rispettare un modello fissato da sempre.
(p. 34)

Embrun era felice: la sua vita interiore era arricchita da mille e una soddisfazioni. Aveva il suo mondo, tutto per sé; disprezzava i sentimenti riconosciuti: l’amore e l’eroismo la nauseavano. Sarebbe stata al riparo sempre dagli ideali dell’adolescenza. Preferiva le facili gratificazioni che la vita le procurava in abbondanza. Gli insetti la affascinavano da tempo immemorabile. Conosceva la loro forza, la loro frenesia nel riprodursi, la loro ostinazione in tutto: e si nominava Dio Persecutore quando li appiattiva sotto le scarpe. (p. 65)

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